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Benvenuti nella sezione speciale “BAM 35 Anni”. Vi stiamo presentando gli articoli “cult” tratti dall’archivio di Barche a Motore, a partire dal 1990. Un viaggio nel tempo tra storie introvabili oggi, anche nel grande mare di internet! Un tuffo nel mondo dei momenti epici della nautica a motore. Ecco una delle storie che ci ha appassionato di più.
Avventura in gommone con forza 10
Da Barche a Motore 1992, n. 9, ottobre, pag. 44-48.
Doveva essere un tranquillo trasferimento in gommone dal sud della Corsica a Macinaggio. Ma il 4 settembre, ad un tratto, il vento ha iniziato a ruggire e il mare si è trasformato in una distesa candida interrotta d arcobaleni e trombe d’aria. Ecco le immagini e il racconto di un’avventura mozzafiato.
L’inizio della buriana con le prime raffiche di vento.
Venerdì 4 settembre. Mi trovo a Porto Nuovo, un’ampia baia s sud di Santa Giulia nella Corsica meridionale. Le vacanze stanno volgendo al termine e sono ormai sulla rotta di casa, dopo aver abbandonato ieri nel pomeriggio Lavezzi e le Bocche, spazzolate da un energico maestrale. Come ormai sono solito fare da anni, ho scelto un mezzo sportivo e divertente per trascorrere le ferie: campeggio nautico a bordo del mio gommone, un Novamarine RH 600 con motore Yamaha da 115 cavalli, perfettamente attrezzato per la vita a bordo e ottima base semovente per il mio lavoro di giornalista-fotografo. In particolare, dato che buona parte del mio lavoro si svolge sott’acqua, sono attrezzato per le immersioni: loran, ecoscandaglio scrivente, compressore per la ricarica delle bombole e una complessa centralina per ricaricare dalla batteria di bordo fari, lampade e lampeggiatori elettronici. Oggi mi aspetta una lunga tappa di trasferimento dal sud della Corsica a Macinaggio, all’estremità settentrionale, circa 90 miglia che in condizioni di mare buono dovrei percorrere in 5-6 ore, senza forzare troppo l’andatura e concedendomi qualche pausa per un po’ di relax e un buon caffè ristoratore. Il bollettino non è particolarmente favorevole, segnala una perturbazione in arrivo, con venti da nord-ovest in graduale aumento, ma non mi preoccupo troppo dato che sono ridossato sul lato orientale della Corsica.
Verso le 8, smontata la tenda e sistemato il gommone per le lunghe navigazioni, partenza. Il mare sottocosta è piatto e dopo aver regolato l’assetto del gommone e la velocità intorno ai 22 nodi, posso rilassarmi sul sedile. Se continua così, mi dico, è una passeggiata. Ma non ho percorso due miglia che il vento si fa sentire, da sud però, altro che mistral! Si formano onde piuttosto corte e fastidiose, proprio in poppa. Odio questo mare, che trasforma la planata in una corsa a ostacoli, appena meno ostica di quella con mare in prua.
Però non ci si bagna e la costa inizia a sfilare sulla sinistra, nitidissima nell’aria tersa di questa giornata ventosa: le Cerbicali, il golfo di Portovecchio e quello di Pinarello. Poi il vento gira un po’ a scirocco e posso prenderlo di trequarti, una meraviglia che rende divertente la guida e che permette di correre in entusiasmanti planate nel cavo delle onde. Mi lascio alle spalle anche il porticciolo di Solenzara e man mano che avanzo a settentrione il vento si calma e il mare diventa quasi piatto. Ma è una giornata strana. Proprio durante una lunga bonaccia scorgo a prua una lunga striscia bianca sul mare, che scopro essere uno stretto corridoio largo qualche centinaio di metri dove il vento s’incunea da terra, con raffiche improvvise, che mi inzuppano per bene. Mezzo miglio oltre è tutto finito, torna la calma. All’una sono a Taverna, il porto di Campoloro e mi concedo uno spuntino a terra, visto che ho percorso già 50 miglia e che il tempo non sembra peggiorare. Poi riprendo la navigazione che in breve mi porta in vista di Bastia. Proprio mentre costeggio il lungo stagno di Biguglia, vedo un gran fumo all’orizzonte. È un incendio scoppiato nella zona industriale di Bastia, che in breve ricopre il mare di una densa cortina di fumo. Intanto, nel volgere di un paio di minuti lo scenario cambia completamente.
Le raffiche aumentano di potenza
Da terra arrivano raffiche improvvise che alzano il mare in piccole onde rabbiose, con le creste subito trascinate via dal vento. L’unico modo per non bagnarsi è di puntare nella direzione del vento, così vado verso terra e dò gas, abbassando la prua del gommone con il power-trim. In queste situazioni un mezzo veloce è fantastico. Vicino a me navigava un piccolo ketch, che si deve ora sorbire le raffiche sempre più forti di maestrale, mentre io in pochi minuti sono sottocosta e mi concedo un tuffo nella bella acqua blu a sud del porto, godendomi lo spettacolo dell’incendio che sembra inarrestabile. Penso che le raffiche debbano cedere d’intensità da un momento all’altro, come è successo questa mattina e aspetto a ridosso, gironzolando nel porto vecchio di Bastia. Vedo uscire lo speciale mezzo di salvataggio, al largo deve esserci una bella sventolata e qualche yacht deve trovarsi nei pasticci.
Che fare
Di rimanere qui a Bastia non ho voglia, non c’è niente di peggio che dover passare la notte in un porto attrezzato quando si fa campeggio nautico: luci, rumori, curiosità dei passanti che si traduce in mancanza di privacy, no, meglio proseguire fino a Macinaggio, dopotutto posso navigare proprio sottocosta. Così parto con una bella planata e mi lascio alle spalle Bastia e i suoi sobborghi. Mi accorgo però subito che un abile regista ha cambiato la scena nell’ultima mezz’ora. Il mare è tutto percorso da raffiche sferzanti, le onde si sono fatte più grossine sottocosta e molto, molto più grosse all’orizzonte. Indosso la cerata al gran completo, il berretto di lana e un caldo maglione, perché oltretutto l’aria è bella fresca. Poi via sottocosta, rasentando gli scogli, con tutti i sensi pronti a captare le macchie di colore chiaro che indicano secche e bassifondi: non ho proprio voglia dopo tante miglia di mare di schiantare piede ed elica ad un passo dall’arrivo!
Le raffiche di vento colpiscono una barca a vela che risale verso Macinaggio.
In balia degli elementi
Le raffiche si fanno però sempre più sfacciate e ogni pochi secondi vengo investito da una doccia via via sempre più lunga e sferzante. Il cielo è terso, solo qualche nuvola qui e là e, soprattutto i colori sono nitidissimi, quasi irreali. Ci vuole qualche foto, senza però sacrificare l’attrezzatura. Estraggo dalla panca-gavone la macchina e la trasferisco nel gavoncino di fianco alla consolle di guida con un paio di obiettivi, più a portata di mano. Il vento intanto si scatena e corre, corre sull’acqua come un disperato, spianando le onde come un gigantesco ferro da stiro e sollevando un pulviscolo che vola dappertutto in turbini, barriere, muri che un attimo dopo si dissolvono nel nulla.
Poco al largo un cabinato a vela arranca verso Macinaggio a secco di vele e lo spettacolo di questo guscio in balia degli elementi è avvincente. Ogni pochi minuti lo scenario muta radicalmente. Ora il mare al largo diventa bruno, poi rosso. È la luce che viene scomposta nei colori dello spettro dal sole che illumina le goccioline in sospensione nell’aria, con un effetto magico. Intanto procedo verso nord e il mistral, non più frenato dall’alto massiccio della Corsica centro-settentrionale, supera agevolmente le alture del capo, per poi prendere la rincorsa giù per le valli orientali e infuriare all’ impazzata sul mare. Pare che ogni minuto raddoppi di intensità e ora le raffiche sono sempre più frequenti e lunghe.
Vedo veri e proprie siepi bianche setacciare il mare che esibisce ora tutti i colori dell’arcobaleno. La piccola barca a vela avanza imperterrita, ma l’orizzonte si confonde ora con il cielo in una specie di nebbia indistinta che lascia intravedere solo la tuga e l’albero mentre nasconde il resto dello scafo. Da terra arrivano folate di intensissimi profumi di macchia mediterranea: mirto, cisto, una meraviglia che esalta i sensi. Sono terribilmente affascinato da questo spettacolo della natura scatenata, cerco di fotografarlo fra una raffica è l’altra, stringendo la macchina sottovento contro il petto fino a un attimo prima dello scatto e nascondendola poi precipitosamente nel gavone, ma lo spettacolo è impossibile da rendere fotograficamente, anche perché una delle emozioni maggiori è quando una raffica si stacca dalla costa e corre scatenata sul mare come una carica di cavalleria per poi schiantarmisi addosso in una cascata d’acqua e di spruzzi. Ci vorrebbe la Nikonos, ma non posso mollare nemmeno un attimo la guida, guai se il vento prendesse la mano!
Il gommone se la cava alla grande
Il gommone dal canto suo è bravissimo. Tengo volutamente la prua bassa perché il vento non riesca a scalzarla, ma forse è un timore errato perché mai sento lo scafo alleggerirsi, nemmeno quando provo a planare per vedere le reazioni. Ho ormai percorso 6 o 7 miglia da Bastia e sono quasi a metà strada, ma le condizioni peggiorano a vista d’occhio e ogni metro diventa faticoso. Mentre al largo si sono formati cavalloni plumbei e ripidi, sottocosta il vento si esibisce in spettacoli da circo. Se la riva è alta e rocciosa, si creano vortici in senso opposto che si precipitano contro gli scogli sollevando la schiuma a venti metri d’altezza. Se invece c’è una piccola valle, una spiaggia, allora il mare assomiglia a un campo arato con tutti i solchi orlati di candida schiuma che viene diligentemente prelevata e sparpagliata ovunque come da una grande scopa.
Il compagno d’avventura, un Novamarine RH 600.
Come a Capo Horn
Ma lo spettacolo non è ancora al culmine, ci sono ancora sorprese nel sacco di Eolo! Ed ecco che le raffiche non sono più raffiche, che la sferzata di spruzzi non è più isolata ma continua. Ora il vento non brontola più, ruggisce con tono pauroso, inquietante. Ed ecco il mare che da blu pezzato di bianco diventa candido, come dopo una nevicata. Ecco cos’è il mare bianco, che sovente ho letto in racconti di alte latitudini meridionali, Capo Horn e compagnia! Ora capisco ed è uno spettacolo mozzafiato, anche perché la distesa candida è interrotta da spettacolari arcobaleni e da infinite trombe d’aria e mulinelli che si creano improvvisamente. Impossibile evitarli, corrono sull’acqua come ballerine impazzite e in un attimo mi ci trovo in mezzo. Allora il vento arriva da tutte le direzioni, mi scuote, mi schiaffeggia, la schiuma mi arriva in faccia come pugni di sabbia e non riesco quasi a respirare. Ma dentro sono estasiato, felice di provare la maestosa e possente energia della natura scatenata. Lo yacht ora se la vede brutta.
A tratti lo perdo di vista quando il pulviscolo e la schiuma, ora veri e propri muri bianchi, spazzano il mare. Sotto raffica vedo più volte l’albero piegarsi vicino all’acqua e la barca contorcersi in tremende imbardate. C’è anche un traghetto che arranca verso nord, piano piano contro il vento scatenato, una specie di nave fantasma di cui si vedono solo le sovrastrutture mentre lo scafo è celato nella schiuma che nasconde l’orizzonte. Fotografare è ora assolutamente impossibile, a meno di non gettare poi via la macchina, e ho bisogno di entrambe le mani per tenermi, altrimenti il vento porta via anche me. Sette miglia da Macinaggio, devo ora attraversare una baia, ma il vento è davvero troppo forte. Provo ad affacciarmi e la doccia gelata mi investe per un minuto o di più, costringendomi a chiudere gli occhi, soffocandomi. No, é troppo forte, potrei farcela, ma sarebbe un massacro e non ne vale la pena, tanto più che a Macinaggio non troverei un ridosso tanto eccezionale.
Alla ricerca di un ormeggio sicuro!
Ho visto prima una baietta minuscola dove mi sembrava che il vento fosse un po’ più calmo, potrei provare a rifugiarmi lì. Così inverto rotta e …pamm! uno schianto tremendo! Avevo dimenticato che una parte della pontatura di prua è incernierata solo sul lato anteriore e il vento l’ha rigirata come fosse una foglia. Niente di rotto per fortuna, procediamo. Ed ecco il ridosso, davvero un buchetto, ma il vento picchia contro le rocce e torna indietro senza infierire eccessivamente. Studio le raffiche, le onde, le correnti e infine getto l’ancora al centro. Poi sto a osservare cosa succede. È ormai sera e prima che faccia buio voglio essere sicuro dell’ormeggio. L’ancora si è incastrata fra due massi in modo provvidenziale, tanto che non mi riesce più di spostarla e che in caso di necessità dovrò tagliare la cima. La catena pesante che adotto funge da ammortizzatore ed impedisce che la cima si logori sugli scogli. È un ormeggio perfetto ma da incubo. Il gommone gira come una trottola nella baia, sfiorando le rocce su un lato e avvicinandosi minaccioso verso due scogli emergenti sull’altro.
A sinistra, Andrea Ghisotti, giornalista e fotografo, protagonista di questa avventura. A sinistra la baia dove Andrea ha trascorso la notte.
Una notte da incubo
Quando sembra ormai che la chiglia si debba schiantare contro questi scogli distanti non più di 50 centimetri, un colpo secco richiama indietro lo scafo perché la catena è al limite e il gommone torna indietro in acque meno pericolose. Sto a studiare l’ormeggio per una buona mezz’ora, poi rassicurato mi rilasso. Mi accorgo di essere zuppo, affamato e di battere i denti dal freddo. La pelle è secca, strana. Prendo uno specchietto e mi guardo, scoppiando a ridere. Sono infarinato da capo a piedi e il gommone con me. L’aria secca asciuga infatti in breve l’acqua e resta un sottile strato di sale dappertutto. Abiti caldi e asciutti, poi una bella minestra che riesco a riscaldare grazie al mio prezioso fornello di scorta, insieme a una buona bottiglia di corposo Clos Capitoro del Valico. Mi si chiudono gli occhi dal sonno, ma come dormire? Di rizzare la tendina nemmeno a parlarne, verrebbe strappata in due minuti. Decido di gonfiare il materassino e di legarlo saldamente sulla pontatura di prua, insieme al sacco a pelo, il tutto avvolto in un telo impermeabile. Così faccio, infilandomi poi nel giaciglio improvvisato. Non vi racconto quanto ho dormito, tra raffiche di vento improvviso, l’aria gelata che mi faceva tremare come una foglia e il gommone che andava sempre ad annusare gli scoglietti emergenti. Dopo la mezzanotte però il vento inizia a calare, tomando ai valori di una sana burrasca normale e permettendomi di pisolare un po’.
Finalmente l’alba!
Poi arriva l’alba, rossa e bellissima che illumina l’isola d’Elba e Capraia vicinissime nell’aria nitida. Un buon caffelatte, un tuffo per liberare l’ancora dalla sua provvidenziale afferratura e una bella planata fino a Macinaggio. Qui vado in capitaneria, voglio proprio sapere. “Mi scusi, a quanto è arrivato ieri il vento da qui a Bastia?”. Risposta: “Mediamente era forza 8-9, ma certe raffiche superavano forza 10, con vento a più di 120 chilometri l’ora.” “Ah, grazie, volevo ben dire, non mi era mai capitato di vedere qualcosa di simile!”. “Perché, era in navigazione?”, mi chiedono. “Sì risalivo da Bastia con il mio gommone”. “In gommone? Ma lei è pazzo!”. “Ma no, è un gommone grosso, mica un gommoncino” e me ne tomo al molo dove il mio simpatico, fedele, inseparabile e “grosso” compagno d’avventure mi strizza l’occhio.
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