1992. Pesca alla ricciola. Basta un gommone e un po’ di lenza

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1992, n. 9, ottobre, pag. 148-152.

Benvenuti nella sezione speciale “BAM 35 Anni”. Vi stiamo presentando gli articoli “cult” tratti dall’archivio di Barche a Motore, a partire dal 1990. Un viaggio nel tempo tra storie introvabili oggi, anche nel grande mare di internet! Un tuffo nel mondo dei momenti epici della nautica a motore. Ecco una delle storie che ci ha appassionato di più.


Caccia alla ricciola

Da Barche a Motore 1992, n. 9, ottobre, pag. 148-152.

Forte, combattiva, astuta, la ricciola è una delle prede più ambite dai pescatori. Per questo tipo di pesca non occorrono fisherman superveloci, basta un gommone, una lenza e… un po’ di fortuna!

La ricciola (Seriola Dumerili) appartiene alla famiglia dei carangidi ed è, tonno a parte, il più grosso predatore catturabile a traina nei nostri mari oltre che, a detta degli americani, il più forte combattente in rapporto alla sua mole. Se a tutto questo aggiungiamo la squisitezza delle sue carni, che non hanno nulla da invidiare (anzi) a quelle del ben più noto (culinariamente parlando) pescespada, possiamo ben capire come la pesca della ricciola possa contare su un numero sempre maggiore di appassionati. Altra nota di rilievo a suo favore è che, per la sua pesca, non occorre possedere un grande fisherman da mille e una notte, ma basta, anzi va addirittura meglio (poi vedremo perché) una comunissima lancetta, un gozzo o addirittura, come nel nostro caso, un gommone. Il suo habitat preferito sono le secche, i promontori rocciosi a picco sul mare e comunque tutte quelle zone dove i giri di corrente favoriscono l’aggregarsi di acciughe, aguglie, insomma di tutto quello che, in gergo, si definisce comunemente mangianza. Questo bellissimo pesce, dalla livrea grigia con toni azzurrognoli sul dorso, fianchi bianco argentei con grandi riflessi giallo/oro che si estendono fino ai lati della testa e ventre bianco, può raggiungere facilmente i 2 metri di lunghezza e i 60 kg di peso. Pesce pelagico, conduce vita gregaria allo stato giovanile, isolandosi poi in gruppetti di pochi esemplari con l’avanzare dell’età. Predilige acque temperate e, durante la stagione fredda, si sposta al largo alla ricerca di acque più profonde mentre in primavera, in concomitanza anche con il periodo riproduttivo, si porta su fondali che generalmente vanno dai 4 ai 30 metri di profondità. La stagione di pesca, quindi, va dalla primavera inoltrata fino all’inizio dell’autunno, con variazioni più o meno accentuate a seconda delle diverse località. Per quanto riguarda la tecnica di pesca vera e propria, bisogna fare un distinguo fra ricciole piccola taglia (fino a 2/3 kg di peso) e ricciole di grande taglia (dai 4 kg…”all’infarto”). Le prime infatti stazionano in superficie o quasi, rendendosi spesso visibili per via del pandemonio che riescono a creare cacciando la minutaglia che vive appena sotto il pelo dell’acqua.

Andrea Gallo e Dario Pravettoni durante la pesca alla ricciola.

Vedremo allora acciughe, aguglie, boghe e altro saltare all’impazzata, inseguite dalle ricciolette che, incuranti della nostra presenza, ne fanno banchetto. Sarà questo il momento di filare a mare le nostre traine di superficie. L’attrezzatura per questo tipo di pesca è così composta:

– canne da 6/12 Ibs (ottime le Penn Slammer o le nuovissime Fenwick Seahawk).
– mulinelli a tamburo fisso o rotante, non fa differenza, purchè di capacità sufficiente a contenere, in bobina, almeno 200 metri di filo dello 0,40.
– filo dallo 0,30 (per i più sportivi) allo 0,40 (per stare più tranquilli).
– finale sempre dello 0,30/0,40 lungo circa 2 metri, fissato alla madre lenza tramite girella e moschettone (ottime le americane Sampo).
– piombo (ottimi i Mariner a sgancio rapido) dai 50 ai 200 gr., fissato a non meno di 20 metri dall’esca.
– esche: cucchiaini ondulati di colore argenteo oppure piume giapponesi di colore bianco, giallo o nero.

L’assetto ideale è rappresentato da una batteria di 4 canne, in modo da poter far lavorare 4 artificiali filati da 30, 35, 40, 45 metri da poppa, e una velocità di traina compresa fra i 2 e i 4 nodi. Se la ricciola di piccola taglia “crede” facilmente agli artificiali, ed è quindi relativamente semplice da catturare, così non è per gli esemplari di grande mole. La grossa ricciola (“il grande pelagico” come la chiama Massimo, mio carissimo amico e compagno di tante avventure) è infatti un animale incredibilmente scaltro e sospettoso per cui, per convincerla ad abboccare, l’unica tecnica possibile è la traina lenta, di fondo, con esca viva. Bisogna quindi uscire di primo mattino e cercare, trainando in superficie piccole piumette bianche armate con ami del n° 12/14, di procurarsi qualche aguglia, che personalmente ritengo essere l’esca principe insieme al totano, per la traina alla ricciola. Non commettete l’errore di credere che l’aguglia sia un pesce facile da catturare, tutt’altro, tanto che spesso mi è capitato di trainare per ore senza prenderne una, però, una volta presa e innescata, in 10 minuti avevo una ricciola in canna. Mi riservo quindi, in un prossimo articolo, di parlare specificatamente della traina a questo piccolo Rostrato, così importante per quello che è il nostro fine ultimo: la cattura della grossa ricciola. Supponiamo quindi di avere 2 o 3 aguglie ben vive e guizzanti nella nostra vasca per il vivo (una comunissima bacinella può andare bene, a patto di cambiarne periodicamente l’acqua). Si pesca con una canna sola, che in questo caso deve essere una vera canna da traina, con anelli a carrucola, di libraggio compreso fra le 20 e le 50 libbre. Personalmente uso una 20 libbre (ritengo eccezionali le Fenwick e le Penn International) perché credo che una canna più elastica (purchè di ottima fattura) sia di grande aiuto nel recupero della preda, oltre a conferire al tutto un’immagine di grande sportività! Con canna da 20 libbre e filo da 20 libbre (ottimo il Fenwick Saltline) abbiamo catturato una ricciola di 26 kg. (52 lbs) ed un’altra da 42 kg (85 Ibs) e vi assicuro che, alla fine, la soddisfazione è veramente grande. Per i meno esperti, comunque, consiglio un’attrezzatura bilanciata sulle 50 Ibs. L’esca deve lavorare a stretto contatto con il fondale e, per garantirne il corretto affondamento, avremo due possibilità: utilizzare gli affondatori a palla (detti downrigger) oppure il cosiddetto “piombo guardiano” che, a mio parere, rappresenta la soluzione migliore, perlomeno per fondali senza troppe variazioni di profondità. Lo schema tipico della lenza con piombo guardiano è riportato in figura 1, per cui passiamo subito alla tecnica da utilizzare.

 

La velocità di traina deve essere la più bassa consentita dal motore, al massimo un nodo; ecco perché all’inizio dicevo che un gozzo o comunque una piccola barca, in grado di procedere ad andatura ridottissima, può risultare addirittura vincente rispetto ad un più blasonato fisherman che, con i suoi potenti motori, non riesce a tenere una velocità sufficientemente bassa (Maurizio, che ha insegnato a tutti noi la tecnica, alla domanda: “Ma quanto piano devo andare?” Per tutta risposta, dopo averci pensato un attimo, mi disse: “PIU’ piano!”. Questo credo renda sufficientemente l’idea). A questo punto inneschiamo l’aguglia trapassandone il rostro, dal basso verso l’alto, con l’amo trainante mentre il ferrante verrà inserito lateralmente sottopelle in prossimità della pinna anale. Un piccolo trucchetto, per evitare che l’aguglia, trainata, possa aprire il becco mettendosi quindi a ruotare su se stessa, è quello di inserire sul rostro, prima dell’amo trainante, un piccolo pezzo di tubetto, del tipo di quelli utilizzati come guaina dei cavi elettrici, di colore nero e di diametro tale da adattarsi convenientemente alla misura del becco e della nostra esca (vedi figura 2).

Innescata l’aguglia (badate bene a non lederne minimamente gli organi vitali, solo in questo modo infatti risulterà ben viva ed adescante) si fila in mare tutto il terminale; arrivati all’asola di congiunzione con la madrelenza, vi si lega il bracciolo recante il piombo. A questo punto si concede filo fino a far toccare il piombo sul fondo, si recupera qualche giro di manovella e dopo qualche istante si ripete l’operazione, dato che, con il movimento della barca, il piombo tende ad alzarsi. Inutile dire che, per seguire correttamente il fondale e di conseguenza regolare, recuperando o cedendo filo, la profondità di lavoro dell’esca, l’ecoscandaglio diventa assolutamente indispensabile. Può capitare, nonostante tutto, che il piombo rimanga impigliato sul fondo; in questo caso la struttura della lenza, grazie all’esiguo diametro del bracciolo del piombo in rapporto alla sezione della lenzamadre, ci consentirà di limitare il danno alla sola perdita del piombo. La canna, durante tutta l’azione di pesca, dovrà essere tenuta a stretto contatto visivo e, non appena si avverte l’abboccata del pesce, si deve ferrare prontamente per evitare che la ricciola, accortasi dell’inganno, sputi l’esca. Una volta ferrata, la ricciola opporrà una resistenza incredibile, con vigorose puntate verso il fondo che metteranno a dura prova tutta la nostra attrezzatura pescante (e qui voglio insistere sull’importanza di usare attrezzi di ottima qualità). Una volta arrivati al nodo di congiunzione del bracciolo del piombo, basterà imbarcare quest’ultimo, tagliare il bracciolo quanto più vicino possibile al nodo e continuare tranquillamente (si fa per dire) a recuperare il pesce con canna e mulinello, il tutto rispettando in pieno le norme IGFA.

Come riconoscerla e dove trovarla

La ricciola (Seriola dumerili) è tra i carangidi più noti e diffusi. Il corpo è allungato e leggermente compresso. Gli occhi sono, in proporzione, piccoli. La bocca porta numerosi piccoli denti disposti in larghe bande. Ci sono due dorsali. La prima, breve e preceduta da una piccola spina rivolta in avanti, conta 7 raggi spinosi, il primo dei quali è tipicamente ricoperto dall’epidermide nei pesci adulti; la seconda dorsale è molto lunga e giunge sino al peduncolo caudale. Le pettorali sono un poco più lunghe delle ventrali. La pinna anale è preceduta da due pinne isolate, anch’esse ricoperte negli adulti. La caudale è spiccatamente incisa. La colorazione è blu od olivastra sul dorso: bianco argenteo con sfumature rosee sui fianchi e il ventre. Una banda scura corre sul capo dagli occhi alla base della prima dorsale. Spesso una fascia giallo ambra (da cui il nome anglosassone di amber-jack) decorre su ciascun fianco al centro del corpo. Le pinne pettorali hanno il bordo inferiore bianco. Gli esemplari molto giovani hanno la banda sul capo più netta e visibile e sono caratterizzati da una serie di strie verticali scure sui fianchi. La ricciola raggiunge dimensioni medie di 50-80 centimetri (massime 190 centimetri). È una specie d’alto mare dove si rinviene tra i 20 e i 70 metri anche se talvolta si spinge più a fondo, soprattutto in inverno. Predilige acque a temperatura compresa tra i 17-19° che ne influenzano gli spostamenti. Durante i mesi estivi si avvicina maggiormente alle coste soprattutto a quelle rocciose a strapiombo ai promontori e alle secche per riprodursi. Questo pesce vive in branchi poco numerosi o anche solitario. I giovani sono più gregari ed amano sostare all’ombra di oggetti galleggianti. La ricciola è essenzialmente carnivora e si ciba di piccoli pesci e di invertebrati vari (molluschi, ecfalopodi e crostacei). In Mediterraneo la specie si cattura con maggior frequenza durante il passo estivo nelle acque a sud della Sicilia (Lampedusa è rinomata), lungo le coste calabre e campane e più a nord all’arcipelago toscano, la Sardegna e la Corsica. La ricciola è presente, inoltre, nell’Indo-Pacifico e in Atlantico. Recentemente sono state avviate sperimentazioni anche nelle nostre acque per valutare le possibilità di allevare artificialmente questo interessante pesce analogamente a quanto avviene già in Giappone.

Un esemplare di ricciola.

Le regole d’oro della traina alle ricciole

1) Utilizzare una piccola imbarcazione: una lancetta,un gozzo o un gommone.
2) Individuare una zona ricca di mangianza.
3) Periodo di pesca: da primavera inoltrata a inizio autunno.
4) Tecnica di pesca (ricciole di piccola taglia):
a – Utilizzare batteria da 4 canne per far lavorare quattro artificiali filati a 30, 35, 40, 45 metri da poppa.
b – Canne da 6/12 libbre.
c – Mulinelli a tamburo fisso o rotante (minimo 200 metri di filo dello 0,40 o dello 0,30 per i più sportivi).
d – Finale, sempre dello 0,3010,40,lungo 2 metri circa e fissato alla madrelenza tramite girella o moschettone.
e – Piombo dai 50 ai 200 grammi fissato a non meno di venti metri dall’ esca.
f- Esche costituite da cucchiaini ondulati di colore argenteo o piume giapponesi di colore bianco, giallo o nero.
g – Velocità fra i 2 e i 4 nodi.5) Tecnica di pesca (ricciola di grosse dimensioni): uscire al mattino presto, procurarsi qualche aguglia viva (o qualche totano), impiegare una sola canna.

Inoltre:
a – Utilizzare canna da traina,con anelli e carrucola, compresa fra le 20 libbre (per i più esperti) e le 50 libbre (per i meno esperti).
b – L’ esca deve lavorare a stretto contatto con il fondale, quindi utilizzare gli affondatori a palla (downrigger) oppure il “piombo guardiano”
c – Velocità massima di 1 nodo.
d- Innescare l’aguglia correttamente (con amo trainante e ferrante) in modo che, aprendo il becco, “non ruoti su se stessa. Utilizzare il trucco del tubetto sul rostro prima dell’amo trainante.
e – Attenzione a non ledere gli organi vitali dell’ aguglia che deve risultare ben viva.
f – Filare in mare tutto il terminale e arrivati all’ asola di congiunzione con la madrelenza legare il bracciolo recante il piombo.
g- Filare fino a far toccare il piombo sul fondo e recuperare con qualche giro di manovella. Ripetere l’operazione ogni tanto. L’ecoscandaglio è indispensabile.
h – Ferrare prontamente la canna al primo segno d’abboccamento: l’aguglia, avvertito l’inganno, potrebbe anche sputare l’esca.
i – Arrivati al nodo di congiunzione del bracciolo del piombo, imbarcarlo e tagliare il bracciolo il più possibile vicino al nodo e continuare quindi il recupero con canna e mulinello.

A sinistra, una ricciola di 4,5 chilogrammi pescata nel Mar Ligure dagli autori del servizio. A destra, un esemplare catturato a Lampedusa.

di Andrea Gallo e Dario Pravettoni


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