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Benvenuti nella sezione speciale “BAM 35 Anni”. Vi stiamo presentando gli articoli “cult” tratti dall’archivio di Barche a Motore, a partire dal 1990. Un viaggio nel tempo tra storie introvabili oggi, anche nel grande mare di internet! Un tuffo nel mondo dei momenti epici della nautica a motore. Ecco una delle storie che ci ha appassionato di più.
L’erede del Bepi
Da Barche a Motore 2001, n. 9, ottobre, pag. 76-79.
Giorgio Dalla Pietà, terzogenito di Bepi, rimasto titolare unico del cantiere fondato dal padre, ha progetti ambiziosi e idee precise sul futuro. Ha raddoppiato l’area produttiva del cantiere e si prepara a fare barche sempre più grandi.
Giorgio Dalla Pietà è l’ultimo figlio di Giuseppe, il fondatore di un cantiere che, pur di piccole dimensioni, ha sempre avuto a Venezia una grande fama. Giuseppe, detto Bepi, era un vero talento. Giorgio apparterrebbe alla seconda generazione dei Dalla Pietà, anche se la grande differenza di età con il fratello maggiore, Gianni, li dividono circa venti anni, lo fa scivolare – come lui stesso ci fa ironicamente notare – in terza generazione. Questione di anni, ma anche di idee. Parliamo comunque di una tradizione familiare ricca di mezzo secolo di esperienze. Anche se, a sentirlo parlare, la sua passione per le barche e per il mare sembra scritta nel suo DNA da milenni. Se gli chiedi: “Quando hai deciso di metterti a fare barche?”, ti guarda e ti risponde come se tu fossi fuori dal mondo: «Da sempre. Non ho mai pensato di fare niente di diverso». “Elementare, Watson” – verrebbe da dire. Risaliamo allora alle origini.
Barche a Motore: Come e quando ha iniziato tuo padre a fare barche? Giorgio Dalla Pietà: «Ha iniziato qui a Venezia, prima per suo piacere, un hobby, poi per soddisfare le richieste degli altri. Ma bisogna tenere conto che il suo lavoro era un altro. Era a servizio dei Gaggia. una delle più note famiglie veneziane».
BaM: Che barche faceva? Giorgio: «Barchine da quattro metri e mezzo, motoscafi fuoribordo da diporto. Aveva iniziato a costruirle fin dal 1949 nel magazzino del palazzo dei Gaggia e con una certa ricercatezza, come avviene, in genere, quando si fa una cosa più per passione che per obbligo. Fu uno dei primi in Italia a usare il compensato marino ed era sempre al corrente delle novità del mercato, favorito dal fatto che la famiglia per la quale lavorava aveva frequenti contatti con gli Stati Uniti. Bisogna dire che i Gaggia hanno sempre apprezzato il lavoro di mio padre e probabilmente furono loro stessi a incoraggiarlo a mettersi in proprio. Lui non se lo fece ripetere due volte e alla bella età di 46 anni – si era nel 1958 – cambiò del tutto vita. Aprì il cantiere alla Giudecca e iniziò a fare quelle belle barche che io oggi mi sforzo di continuare a fare, sia pure con criteri diversi e in una diversa realtà di mercato. Mio fratello Gianni, che all’epoca aveva 17 anni, iniziò subito a lavorare con lui. Io non ero ancora nato. Venni al mondo due anni più tardi. A pochi mesi già mi portavano in barca e a 2 anni tenevo un timone in mano. Capito perché non avrei potuto fare altro nella vita?»
BaM: Capito. Raccontaci allora quando hai iniziato a lavorare in cantiere. Giorgio: «Ho fatto ragioneria, tanto per fare, poi sono andato a militare e quando sono tornato sono entrato in cantiere. Ho iniziato a far pratica nell’amministrazione, poi mi sono dedicato al commerciale e infine ai vari aspetti della produzione. Il cantiere, nel frattempo, si era trasferito a Marghera per motivi di spazio, in capannoni presi in affitto. Nel 1987 infine, tanto per concludere la storia del cantiere, abbiamo comprato i terreni qui a Fusina, dove siamo ora».
In alto a sinistra il primo cantiere aperto da Bepi, all’isola della Giudecca nel 1958.In alto a destra, lo splendido palazzo patrizio sul Canal grande nel quale Giuseppe Della Pietà, che lavorava al servizio della famiglia Gaggia, iniziò nel 1949 a costruire barche per semplice diletto. Nella foto in basso, la Manta, un’imbarcazione geniale creata da Giuseppe Dalla Pietà nel 1967.
BaM: Tu sei quindi arrivato in cantiere quando la vetroresina si era ormai affermata come materiale di costruzione. Giorgio: «È stato un periodo sofferto. Negli anni ‘70 quasi tutti i cantieri si convertirono alla vetroresina. Mio padre non ne voleva sapere. E non era l’unico qui a Venezia, tanto che costituirono nel centro storico un consorzio per la difesa del legno. Una specie di comitato di resistenza».
BaM: Immaginiamo che tuo fratello Gianni avrà fatto di tutto per convincerlo. Giorgio: «Di fronte alla volontà di mio padre, che contava e pesava, ve lo assicuro , mio fratello poteva fare ben poco. Diciamo che mio padre dovette arrendersi all’evidenza del mercato. Quello della vetroresina si espandeva rapidamente e quello del legno, per contro, si restringeva. E noi non sfuggivamo a questo destino, anche se cercammo di fare barche più grandi e di rinnovare le linee. Ormai qualcosa contavo anch’io in cantiere e di fronte all’attacco concentrato dei figli, mio padre si arrese alla vetroresina. Ma non gli andò mai giù. Poco dopo l’apertura del nuovo cantiere, partecipammo al Salone di Jesolo del 1987, dove presentammo i nostri nuovi DP6 in vetroresina. La televisione locale intervistò mio padre chiedendogli un parere sulle barche in esposizione. Lui disse tranquillamente quello che pensava e cioè che la vetroresina gli faceva schifo, senza tener conto di quello che noi stessi esponevamo nel nostro stand!».
BaM: Nel 1987 inizia così la storia moderna del cantiere Dalla Pietà Giorgio: «È stato l’anno del cambiamento e del rinnovamento. Cominciammo con barche piccole, i DP6 appunto, poi facemmo il 9 metri, il 12 e così via».
BaM: Chi fa i progetti delle barche? Giorgio: «Fino a metà degli anni ‘70 ci ha sempre pensato mio padre, poi, quando abbiamo iniziato a produrre in vetroresina, ci siamo rivolti a progettisti esterni, come l’architetto Valsecchi e Carlo Trezzi, che hanno lavorato per noi fino a pochi anni fa. Nel frattempo c’è stata anche la crescita di persone che lavoravano al nostro interno, come Claudio Di Stefano, che oggi ci fa la progettazione completa delle barche. Continua a stare con noi, anche se ormai lavora da indipendente».
BaM: Tuo padre come ha reagito a questa che per lui sarà stata una rivoluzione? Giorgio: «Finché è stato in vita (è morto in un tragico incidente di navigazione in Laguna nel 1988, ndr) ci è sempre stato vicino con preziosi consigli. E poi la sua esperienza è rimasta. Le nostre carene derivano sempre dai suoi disegni. Tutta la sperimentazione che abbiamo fatto sulle carene fin dagli anni ‘60 alla Giudecca, quando costruivamo barche da corsa, non è certo andata perduta».
BaM: Il Bepi è rimasto famoso per quella stranissima barca senza fianchi, dalla forma romboidale, che fu battezzata “Manta” e che fu il prototipo di molte barche vittoriose nella gare di motonautica in circuito. Giorgio: «La chiamò così perché con la sua coperta un po’ spiovente ricorda il grande pesce della famiglia dei Raiformi. È una barca di grande portanza aerodinamica, estremamente innovativa. Nacque in una domenica di pioggia. Mio padre era a casa e guardava su un giornale la sagoma di un aeroplanino. Improvvisamente si mise a farne lo schizzo e lo trasformò in una barca. Ancora oggi nelle gare di motonautica, tutte le barche delle classi T (fuoribordo sport con carena a “V”. cioè Tradizionale, ndr) sono del tipo Manta. L’hanno copiata in molti. Se si pensa che la barca è nata nel 1967 e che io ho vinto un Mondiale 20 anni dopo con lo stesso progetto di barca e per giunta in compensato marino, quando tutti gli altri usavano il Kevlar, capirai la validità e la genialità del progetto di mio padre».
BaM: Data la grande differenza di età con Gianni, che era quasi di un’altra generazione, come facevate ad andare d’accordo? Parliamo di idee imprenditoriali, di strategie di mercato, ma anche di tipi di barche, di scelte, di gusti. Giorgio: «Per quanto riguarda le barche, siamo sempre stati d’accordo su cosa fare e come farlo. Qualche contrasto in effetti c’è stato sulle strategie di mercato. Avevamo idee abbastanza diverse. Andavamo comunque avanti a compromessi, da bravi fratelli, e alla fine si trovava sempre un piano di accordo comune».
BaM: Finché Gianni si è stancato e si è autopensionato, lasciandoti carta bianca. Lo provochiamo, ma lui non cade nella trappola. Risponde vago e sorridente: Giorgio: «Più o meno…».
BaM: Sorvoliamo. Dicci allora come dovrebbe essere il tuo cantiere ideale? Giorgio: «Deve avere qualità e quantità. Noi abbiamo sempre fatto barche di grande qualità. Ma ne facevamo poche. Parlo degli ultimi tempi, dopo la scomparsa di mio padre. Quattro, cinque, massimo sei all’anno. E invece dobbiamo farne almeno 15. Ci arriveremo, spero, in 4 o 5 anni. Abbiamo raddoppiato gli spazi produttivi del cantiere e ci stiamo organizzando per raggiungere gli obiettivi che ci siamo proposti».
BaM: Quali sono oggi i punti di forza del Cantiere Dalla Pietà? Giorgio: «Un prodotto di qualità e di classe, con un design innovativo che pure mantiene la classicità e l’eleganza delle linee. E poi l’offerta della più ampia personalizzazione. Noi cioè non offriamo un prodotto industriale, standardizzato, ma un prodotto che può essere personalizzato a richiesta».
BaM: Fino a che punto? In genere si cerca di ridurre al minimo queste richieste. Giorgio: «Certo, c’è anche chi si rifiuta di cambiare la macchina del caffè. Noi invece vogliamo accontentare al massimo i nostri clienti. Ovvio che queste personalizzazioni riguardano soprattutto gli interni, gli arredamenti, ma anche gli spazi. Altrettanto ovvio è che questi adattamenti richiedono più lavoro, più tempo e più costi. Ma chi compra certi tipi di barca non sta a guardare differenze di spesa tutto sommato poco rilevanti».
Il DP 48′ è da diversi anni la barca più venduta del Cantiere Della Pietà.
Non si può dire che Giorgio Dalla Pietà non abbia idee chiare e precise su quello che vuole. Ha in mente un grande cantiere che faccia barche importanti per persone importanti, personalizzandole al massimo. Solo così una barca di grandi dimensioni ritrova la sua dimensione umana. Come avevano le barche del Bepi, con quel buon profumo di legno, di vivo. II Bepi era un artista nel suo campo. Giorgio è un manager dalle idee moderne, pronto a capire e anticipare i gusti del mercato. Epoche diverse, idee diverse, ma una costante nel tempo: le belle barche di Dalla Pietà.
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