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Benvenuti nella sezione speciale “BAM 35 Anni”. Vi stiamo presentando gli articoli “cult” tratti dall’archivio di Barche a Motore, a partire dal 1990. Un viaggio nel tempo tra storie introvabili oggi, anche nel grande mare di internet! Un tuffo nel mondo dei momenti epici della nautica a motore. Ecco una delle storie che ci ha appassionato di più.
Voglia di arrivare
Da Barche a Motore 2005, n. 4, maggio, pag. 94-98.
Preciso e meticoloso, Giacomo Agostini è nella vita come in moto. Corre a trecento all’ora, ma in mare ama anche rilassarsi.
Sono in moto, è la risposta al telefono cellulare e anche il primo contatto con Giacomo Agostini. E, a pensarci bene, non poteva essere altrimenti. Il mito, la leggenda, l’uomo che ha scritto una pagina indimenticabile nella storia del motociclismo, il campione che sulle due ruote ha vinto più titoli iridati di qualsiasi altro sportivo, non ha perso il fascino del suo sorriso e del suo sguardo penetrante che lo hanno reso protagonista anche in altri ruoli, da team manager a commentatore sportivo, da pilota automobilistico ad attore. Oggi, senza mai abbandonare del tutto il mondo delle due ruote dal quale non riesce a staccarsi, coltiva, anche se in termini diversi, un’altra passione: la barca.
Correre in moto per lei è da sempre stata la cosa più importante della vita. Qual è invece il rapporto fra Giacomo Agostini e la barca?
“Devo premettere una cosa: da sempre ho abitato sul Lago d’Iseo, la mia famiglia ha un’azienda di trasporti sul lago, effettuiamo trasporti con chiatte e rimorchiatori, trasportiamo inerti e facciamo scavi sempre sull’acqua. Ho cominciato ad andare in barca da bambino per andare al lavoro. Più che un modo per divertirsi, all’inizio per me è stata una necessità, la barca o il motoscafo erano il mezzo che utilizzavo per andare a controllare i lavori”.
E oggi è diverso?
“Adesso, quando sono in vacanza esiste il piacere di fare un giro in barca, di stare tutto il giorno all’aria aperta a contatto con il mare. È una cosa che mi diverte molto”.
Con quale barca naviga?
“Da due anni ho un Morgan 44. Mi è piaciuta molto la forma anni 60 tipo navetta, tutta in legno, stile inglese, verde con la poppa in mogano. È elegante, molto comoda, ha tutto su un unico livello, tutto all’aria aperta, vedi sempre il mare. Non amo le barche con la dinette sottocoperta, dove, quando prepari da mangiare, sei sotto il livello dell’acqua”.
Come è arrivato a questa scelta?
“Un giorno ne ho vista una uguale in navigazione: non pensavo fosse molto veloce, anche se non voglio fare le corse in mare, preferisco spostarmi velocemente, navigare a più di dieci nodi, ma senza fare le corse. Questa barca può raggiungere trentaquattro nodi e direi che sono sufficienti per uscire a divertirsi, per andare a fare una gita. Ho conosciuto il proprietario del cantiere e… mi ha convinto”.
Un esemplare del Morgan 44, la barca scelta da Giacomo Agostini, sulla quale ama navigare in compagnia della moglie e dei figli.
La utilizza spesso anche per andare in crociera?
“La barca ha anche due cabine comode. Nell’arco di un anno le uso tre, quattro volte per dormire a bordo. Per fare una crociera, magari anche lunga, e stare comodi occorre avere una barca grande. Per l’uso che ne faccio io, gite giornaliere per fare il bagno, questa è ideale, comoda, non impegnativa, ho tutto quello che mi serve”.
Da lei ci si aspetterebbe la scelta di un open veloce…
“Ho avuto imbarcazioni più sportive in passato, ma non ho mai voluto avere un open veloce. Li ho provati e ho deciso che non era la barca che faceva per me. Per una gita, sono divertenti e vanno molto bene se il mare è piatto, altrimenti non è più divertente. Se trovi delle onde e vai veloce, continui a saltare: va bene per dei ragazzi di diciotto anni. Non è più il mio caso. Non nego che possa essere divertente provare una barca che va veloce sull’acqua, ma solo per puro divertimento, una volta, almeno per me. Non è il tipo di barca che mi piace avere per trascorrere le vacanze. Così, visto che il tempo passa per tutti, ho pensato di acquistare una barca comoda per trascorrere la giornata in mare, andare a fare il bagno con la mia famiglia e rientrare la sera a casa”.
Dove tiene la sua barca?
“In Sardegna. Oltre al piacere di andar per mare, la Sardegna è un’isola che richiede la barca, piccola o grande non importa. Ci sono posti meravigliosi da visitare, raggiungibili però solo con la barca”.
Riesca a utilizzare la barca molto tempo durante l’anno?
“Abbastanza, diciamo il giusto, anche se capisco che ‘giusto’ sia un concetto relativo. La vacanza lunga mi stanca. Preferisco fare pochi giorni più spesso”.
Ha corso in moto e in auto. Ha mai pensato di correre in barca?
“A questo mai. Anche se ha i motori, la barca è sull’acqua, non sull’asfalto. Non puoi amare tutto, ho già amato uno sport. E molto”.
Esiste un rapporto molto stretto fra chi corre in moto e i meccanici e quindi anche con la parte meccanica della moto. Ha lo stesso tipo di rapporto anche con la sua barca e il motore?
“È difficile fare un paragone. La moto era il mio sport, la mia passione, il mio amore. C’era soprattutto il rapporto con i meccanici, un rapporto fraterno di grande amicizia. In Morini ero giovane, mi hanno coccolato, insegnato; nei tredici anni dell’MV è stato un lungo fidanzamento: volevo stare sempre con loro, mi divertivo. La barca è un piacere, la curo, non delego mai al marinaio. Mi piace avere tutto sotto controllo, sapere tutto. Se quando sono fuori in mare, capita di avere una piccola avaria, mi piace essere in grado di risolvere il problema. Certo, io non faccio mai grandi interventi”.
A sinistra, Giacomo Agostini a 10 anni, in sella alla sua prima moto. A destra, il campione durante una gara.
La grande offerta di barche del mercato attuale rende facile la scelta?
“Ci sono molte barche, molte tipologie e in effetti non è facile. Me ne rendo conto quando visito i saloni. Bisogna informarsi molto bene. Anche per me è stato difficile, non è possibile trovare tutto quello che si desidera in una sola barca. Magari si privilegia la comodità e questa è comunque una cosa soggettiva. Per me è stato importante, come accennavo prima, avere tutto su uno stesso livello. In generale è difficile unire comodità, velocità, tipologia, se dislocante o planante, se leggera o più pesante. Occorre essere consapevoli dell’uso che se ne vuole fare, non badare solo all’estetica. Inoltre, non è facile conoscere tutto quello che offre il mercato, ci vuole esperienza”.
Questa grande scelta aiuta?
“Aiuta senz’altro, ma può anche rischiare di confondere, se non hai le idee chiare. E per saperlo devi uscire in mare spesso, capire qual è la barca adatta alle tue esigenze. E le esigenze dipendono anche dall’età: quando non ero sposato le mie erano certamente diverse da ora che sono sposato e ho dei figli. D’altronde è giusto che sia così, perché questi cambiamenti permettono anche di cambiare la barca”.
Quindi naviga da molto tempo?
“Abbastanza da aver avuto altre barche prima di questa”.
Dopo aver corso in moto, è stato team manager, ha corso in auto, è stato attore, testimonial di alcune campagne pubblicitarie, ma anche commentatore sportivo alla radio nel moto mondiale.
“L’anno scorso ho commentato tutti i G.P. del moto mondiale per Radio Capital. Ogni tanto bisogna fare qualcosa di diverso, senza contare che a me piace stare nel mio mondo, fare qualcosa inerente alle due ruote “.
È molto cambiato questo mondo rispetto al periodo in cui correva?
“Non direi molto. Un pochino senz’altro, tutto cambia: la vita, il progresso vanno avanti, ci sono gli sponsor, le squadre sono più grandi, sono diventate delle famiglie molto numerose. Prima le squadre potevano stare più insieme, si usciva a cena tutti insieme. Ogni anno cambia qualcosa, è normale”.
Giacomo Agostini e suo figlio a bordo del Morgan.
Ivo Germano – giornalista e sociologo- sostiene che lei appartiene all’ultimo decennio nel quale i grandi campioni non eccedevano con il campionismo. Condivide questo pensiero?
“Adesso è un’era diversa. Ai miei tempi ci si vergognava a fare certe cose. Mi ricordo che avevo una bella macchina e mi dava fastidio parcheggiare davanti al ristorante dove andavo a cena. Le esibizioni che fa Valentino non ci appartenevano. Magari oggi le farei anch’io. Oggi la televisione fa vedere tante cose, i bambini diventano grandi prima: mio figlio che ha dieci anni, usa il computer meglio di me”.
Lei correva in diverse classi. Oggi non sarebbe possibile. Cosa pensa di questa specializzazione?
“Oggi si lavora meno. Prima si finiva una gara, si scendeva dalla moto e se ne faceva subito un’altra. Oggi si guadagna lo stesso, non è indispensabile fare più categorie. Prima era quasi un obbligo, tutti facevano più categorie, perché eri pagato per quel che facevi. Siccome non si guadagnava molto, tutti facevano due categorie, sia per guadagnare di più che per divertirsi di più. Oggi è diverso”.
È un bene o un male?
“Guadagni uguale, ma ti diverti meno e vinci anche meno…”.
Lei si è aggiudicato quindici titoli mondiali e diciotto italiani come corridore, tre titoli iridati come team manager di una squadra. Che differenza si prova?
“È molto diverso. Quando ero io a correre, ero io a vincere e non dovevo dire grazie a nessuno. Come team manager dovevo dire grazie alla moto, come del resto anche quando correvo io, ma soprattutto al pilota. In questo caso si è felici naturalmente perché ha vinto la tua squadra, ma il merito va soprattutto al pilota”.
Ha detto che è stato triste decidere di abbandonare le corse. Come ha superato questo dolore?
“ E’ stato molto triste. Lasciavo il mio mondo, il mio grande amore che avevo sognato da sempre. E come abbandonare un grande amore quando sei ancora innamorato. È stata dura, ma sapevo di doverlo fare. Tante piccole cose andavano storte. Ho pensato che “Qualcuno” che mi aveva aiutato prima, stava cercando di farmi capire che dovevo smettere e lasciare il posto ai giovani”.
Per soffrire meno talvolta si decide di non vedere più quello che è stato un grande amore, lei invece ha voluto continuare a restare in quel mondo.
“Con un grande amore si può decidere di non vederlo più, magari cambiando città. Con le moto era impossibile, le vedi tutti i giorni, per strada, in televisione, sui giornali. La fiamma rimane sempre accesa”.
A sinistra, la copertina del libro dedicato al grande campione. A destra, Giacomo Agostini con la moglie Maria e il re Juan Carlos di Spagna.
E allora come ha fatto?
“Il tempo cancella tutto. Per smettere di pensare alle due ruote, ho cominciato a correre in auto, così avevo qualcos’altro che mi occupava la mente. Mi mancavano le vittorie, il podio, la gioia di andare a 300 all’ora, il rischio, ma a un certo punto bisogna farsene una ragione, bisogna lasciare il posto agli altri”.
La vittoria più sofferta?
“Fisicamente Daytona (1974 su Yamaha 700, ndr), sono arrivato disidratato, ho vinto, ma avrei voluto fermarmi a metà gara. Non ce la facevo più, ma con una grande forza sono riuscito ad arrivare in fondo e ho vinto. Poi il primo titolo mondiale, era il primo, non sapevo, poteva succedere qualcosa, perdere all’ultimo momento. Quindi è stata una sofferenza incredibile un grande stress fino alla fine”.
La sconfitta più bruciante?
“In Giappone, al mio primo titolo mondiale. Ero in testa, non avevo ancora conquistato un Mondiale, sognavo la vittoria e avevo 8 secondi di vantaggio. A un tratto la moto ha cominciato a perdere colpi, si è rotto un condensatore. Ho dovuto cedere il passo e ho perso il campionato del mondo dopo essere stato a un soffio dal titolo fino a 6-7 giri dalla fine”.
Potevano essere sedici i titoli mondiali?
“Potevano esserlo”.
Suo figlio di dieci anni ha la passione per il calcio. Se come lei, l’avesse avuta per la moto, l’avrebbe spinto oppure ostacolato?
“Con quello che ho sofferto con i miei che mi hanno ostacolato, non l’avrei spinto molto, ma non l’avrei frenato. Anche perché oggi, per fortuna, è meno pericoloso che ai miei tempi. Oggi cadono, ma l’incidente mortale non capita così frequentemente come una volta”.
Giacomo Agostini, con il numero 1, durante una competizione. (foto: Wikipedia)
Lei si è battuto molto per la sicurezza sui circuiti. In mare secondo lei si fa abbastanza per questo?
“Mi capita purtroppo spesso di incontrare tanta gente che non sa ormeggiare, non conosce le regole, che non capisco come abbia avuto la patente. Capita con le precedenze, oppure appena si alza un po’ di vento”.
Ha navigato anche in barca a vela?
“No, io amo le cose che si riescono a fare velocemente, mi piace giocare a tennis perché è veloce, sciare. Non amo il golf, è uno sport molto lento. Ho partecipato a una regata come ospite e devo dire che la partenza mi ha emozionato, forse perché c’è un po’ di rischio, tutti vogliono partire per primi, le barche si sfiorano, sembra impossibile che non si tocchino. Ma preferisco il motore”.
In tutti i ruoli che ha svolto, ha sempre raggiunto altissimi livelli, ha dato sempre il massimo, ottenuto il successo. Come si fa a essere bravi in tutto, è il suo stile di vita?
“Cerco di fare sempre bene tutto, perché mi piace fare così, indipendentemente che faccia qualcosa per me o per altri. Rispetto le cose degli altri come se fossero mie, anche sul lavoro cerco di essere preciso, di fare bene. Quando costruisco una casa per esempio, è come se fosse per me, come se dovessi abitarla io. Mi impegno molto. Forse deriva dal- l’abitudine che la moto deve essere curata, preparata: allora non potevo lasciare niente al caso. Se penso al condensatore saldato male che mi ha fatto perdere il primo titolo mondiale in Giappone, perché magari chi ha saldato quel pezzo, mentre lo faceva, pensava ad altro o era stanco…”.
Cosa fa oggi Giacomo Agostini?
“Seguo le corse, sono testimonial dell’MV Agusta e sono imprenditore nel settore edilizio”.
Fra auto e moto, ricordi del passato ed eventi attuali, il tempo trascorso a casa Agostini scorre veloce e, alla fine, non ce n’è più abbastanza per fare un giro in moto con il mitico Ago. Peccato.
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