2005. Roberto Pozzerle, il grande lottatore

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2005, n.11, aprile, pag 98-102.

Benvenuti nella sezione speciale “BAM 35 Anni”. Vi stiamo presentando gli articoli “cult” tratti dall’archivio di Barche a Motore, a partire dal 1990. Un viaggio nel tempo tra storie introvabili oggi, anche nel grande mare di internet! Un tuffo nel mondo dei momenti epici della nautica a motore. Ecco una delle storie che ci ha appassionato di più.


Il grande lottatore

Da Barche a Motore 2005, n. 11, aprile, pag. 98-102.

Da operaio carrozziere a venditore di auto, a grande imprenditore. La storia di Roberto Pozzerle, fondatore della Lepanto.

Esiste una piccola storia che racconta una grande verità. Dice: “Ogni giorno in Africa una gazzella si sveglia e sa che deve correre più veloce del leone per non farsi mangiare. Ogni giorno in Africa un leone si sveglia e sa che deve correre più veloce della gazzella se vuole mangiare”. È la metafora della lotta per la vita. Una storia non soltanto africana. Una storia che dopo l’ultima guerra hanno conosciuto in molti, anche in Italia. Roberto Pozzerle se lo ricorda bene. Oggi Pozzerle è un imprenditore di successo, presidente della Lepanto SpA, una società che ha fondato insieme ai fratelli, nata e cresciuta per la vendita e l’assistenza di autoveicoli e che dal 1987 si è sviluppata anche nel settore nautico con la creazione della divisione Lepanto Yachting. Ma gli inizi sono stati molto duri. Roberto Pozzerle ce li racconta con vivacità e con legittimo orgoglio, seduto alla scrivania del suo ufficio di Alpo, a poche centinaia di metri da dove è nato, è cresciuto e ha lavorato.

Roberto Pozzerle: «lo vengo da una famiglia contadina che viveva e lavorava a Caselle di Sommacampagna, dove oggi c’è l’aeroporto. Proprio per costruirlo, nel 1950 siamo stati espropriati e ridotti in pratica alla miseria. Ci siamo allora trasferiti a Villafranca, che è nelle vicinanze, dove mio padre aveva trovato lavoro da bracciante. All’età di dodici anni ho iniziato a lavorare come aiutante falegname e non avendo altre possibilità, frequentavo la scuola serale. Poi, dalla bottega di falegname sono passato in una carrozzeria, dove ho imparato a lavorare la lamiera. Cercando di migliorare la mia posizione, un giorno sono andato in una delle più note carrozzerie di Verona, dove si facevano trasformazioni e lavori di una certa importanza; mi sono presentato al titolare, gli ho detto cosa sapevo fare e che avevo voglia di lavorare. Dalle nostre parti quando uno ha voglia di lavorare è sempre bene accetto. E così, il titolare, dopo avermi squadrato, mi ha dato la mano e mi ha detto: “Ti aspetto domani mattina”. E da li è partita la mia storia di carrozziere. Intanto anche i miei fratelli avevano iniziato a lavorare nel settore: Mario faceva il meccanico e Claudio, il più giovane, il verniciatore. Nel 1972, quando io avevo 27 anni, ho pensato che i tempi fossero ormai maturi per mettersi in proprio. Ne ho parlato con i miei fratelli e abbiamo deciso di tentare l’avventura. Noi avevamo già cominciato, la sera, a fare qualche lavoretto nello scantinato sotto la casa che ci eravamo costruiti con le nostre mani insieme a papà. Comunicai così la nostra decisione al titolare della carrozzeria che ne rimase sinceramente dispiaciuto, tanto che per trattenermi, mi offrì di fare società. Ma io volevo mettere su qualcosa con la mia famiglia. Noi siamo sempre stati molto uniti».

Barche a Motore: Questo qualcosa poi è diventato molto…
Roberto Pozzerle: «Sì, ma non crediate che sia stato tutto facile. Dopo aver aperto la nostra attività, ci siamo comprati un pezzo di terra agricola per costruirvi un piccolo capannone in cui riparare le auto e abbiamo firmato un bel po’ di cambiali. Ma un anno dopo, nel ’74, è scoppiata la crisi del carburante e quindi dell’automobile; si viaggiava con le targhe alterne, c’era poco lavoro e noi eravamo pieni di debiti. In quel periodo è capitato che un mio amico doveva andare in Germania per acquistare qualche macchina agricola. Mi ha chiesto di accompagnarlo e io, che avevo poco o niente da fare, ci sono andato. Lì, a Wuppertal, mentre lui trattava i suoi affari, io sono andato in giro a curiosare e ho notato una carrozzeria con un nome tutto italiano: Carota. Sono entrato, ho salutato e il padrone era effettivamente uno di noi. Aveva diverse auto italiane incidentate e gli ho chiesto cosa ne facesse. Mi ha risposto che le rottamava, perché tanto non le voleva nessuno. Stentavo a crederci. Per me erano oro colato. Facendo un po’ di conti scoprii che la manodopera in Germania costava quattro volte quella italiana e che se io fossi riuscito a riparare quelle auto in Italia, poi potevo tranquillamente rivenderle facendoci buoni guadagni. Ma i problemi pratici e burocratici per me erano insuperabili, fino a che, una sera, mi è capitato di recuperare un’auto vittima di un incidente, che apparteneva al direttore della dogana di Verona (a quei tempi ero riuscito a farmi dare dall’ACI una concessionaria per il soccorso stradale nella zona di Villafranca). Gli parlai allora del mio problema e lui mi diede tutte le dritte per importare quelle macchine. È stata la nostra fortuna. Siamo arrivati a ripararne fino a 500 in un anno. Ho assunto qualche operaio e io, che ero il padrone, facevo l’autista, andando su e giù da Francoforte con il camion a trasportare automobili. Per dieci anni ho fatto importazione, riparazione e vendita di macchine sinistrate. Poi, anche per via della concorrenza che aveva scoperto il filone ho cominciato a importare Fiat e Alfa Romeo nuove».

Roberto Pozzerle, fondatore e presidente della Lepanto SpA.

Barche a Motore: Vuol dire che importava in Italia auto italiane dalla Germania?
Roberto Pozzerle: «Sì, perché in Germania le vendevano a prezzo politico e il prezzo era conveniente. Poi con il mercato dell’Unione Europea l’affare è finito, ma ne è nato un altro: il marco era arrivato a 1.250 lire. Allora ho girato il camion, ho comprato macchine tedesche o giapponesi in Italia e sono andato a rivenderle in Germania. Con il marco a quei livelli un tedesco risparmiava 15 milioni a comprare una Audi in Italia! L’azienda intanto si era sviluppata. Oltre alla compravendita di automobili con la Germania e il servizio di soccorso ACI, avevo iniziato a importare anche i fuoristrada Cherokee dal Canada».

Barche a Motore: Il contatto con la nautica com’è avvenuto?
Roberto Pozzerle: «Casualmente. Avevamo una casetta sul lago di Garda e un mio cliente, che doveva saldare un debito, mi ha offerto la sua barca al posto dei soldi. Siccome la cosa stava andando per le lunghe, ho accettato. Era una barca americana, fatta per le uscite giornaliere, e ce ne siamo innamorati. Appena uno di noi poteva, prendeva mogli e bambini e andava sul lago. Un giorno il motore ci ha lasciato in mezzo al Garda e senza telefonini – a quell’epoca non c’erano – ce la siamo vista brutta. Però la passione non è passata e così quando il mio amico tedesco è andato in Canada per comprare i Cherokee, gli ho detto: “Cerca di trovarmi una bella barca americana e portamela giù”. Il mio amico fece di più. Molto di più. Una notte squilla il telefono, era lui, che non aveva tenuto conto del fuso orario, e mi dice: “Sono stato in un cantiere per prenderti la barca e ho saputo che il proprietario vorrebbe aprire una rivendita in Italia. Ho pensato a te”. Rimasi molto perplesso, perché io di barche non sapevo proprio niente e i miei fratelli neppure. Noi siamo gente di terra. Però, siccome io non rifiuto mai un affare se è tale, ho preso tempo e gli ho risposto: “Portami tutti i dati e poi valutiamo”. Al suo ritorno, ci disse cosa fare per allacciare i contatti. Ovviamente volevano sapere chi eravamo, cosa facevamo, che garanzie davamo. Dopo un mese riceviamo un fax che ci comunica che il signor Veer Beri della US Marine sarebbe venuto a Milano per conoscerci. È venuto, abbiamo parlato per due giorni e gli abbiamo fatto conoscere la nostra realtà commerciale: nel mondo dell’auto eravamo qualcuno. E lui si è convinto: “Signori – ci ha detto cerimonioso – vi aspetto a Seattle, voi sarete i miei distributori per l’Italia”. Il prezzo delle barche ci sembrava interessante e tanto per cominciare ne abbiamo ordinate duecento. Una roba da folli, da incoscienti. Solo ora me ne rendo conto. Però le abbiamo vendute tutte».

La base nautica di Desenzano della Lepanto Yachting, che dispone di un efficiente centro prove e di un capannone per il rimessaggio di cento imbarcazioni.

Barche a Motore: Come ha fatto a vendere un articolo – diciamo così – che non conosceva?
Roberto Pozzerle: «Nemmeno a farlo apposta, ero appena tornato da Seattle che ricevetti una telefonata dall’ingegner Pier Luigi Carniti, un esperto del settore, che si offriva di lavorare per noi. Era quello che ci voleva. Per quattro anni consecutivi mio fratello Claudio lo ha seguito parlando tutto il giorno di barche. Dopo quattro anni sapeva tutto quello che c’era da sapere per venderle. Lui ha la dote innata del commerciante e quando c’è un affare lo fiuta a distanza».

Barche a Motore: Avrà avuto bisogno di una base nautica?
Roberto Pozzerle: «Effettivamente ci rendemmo conto che andare a provare le barche sul lago di Garda portandocele dalla campagna era molto fastidioso. Così abbiamo capito che era necessario avere un punto di appoggio e ci siamo messi a cercarlo. L’abbiamo trovato a Desenzano, ma era munito solo di un vecchio pontile e così, senza starci a pensare troppo abbiamo presentato un progetto per fare un porticciolo, d’accordo con il proprietario, e ci è stato concesso. Il progetto è stato finanziato da una banca tedesca che mi conosceva. Fecero tutto in una giornata: vennero due giovani funzionari, i quali, dopo aver valutato il progetto, rimasero entusiasti e deliberarono il finanziamento nel giro di poco tempo».

Barche a Motore: A quindici anni dal suo ingresso sul mercato nautico, che idea se ne è fatto?
Roberto Pozzerle: «È un mercato in espansione, perché c’è ancora tanto lavoro da fare. Da molti punti di vista. Sulla mentalità, per esempio: in Norvegia la gente prende la barca per andare al lavoro o a trovare gli amici. Noi abbiamo 8000 chilometri di coste, ma non le sfruttiamo come potremmo. Poi sull’organizzazione: vi è una moltitudine di piccole fiere locali che comportano grossi investimenti e non danno i risultati auspicati. Si potrebbero concentrare gli sforzi in aree che permettano un maggiore sviluppo. E poi ci sono ancora mercati tutti da scoprire. Noi abbiamo puntato sull’Alto Adriatico che è la porta sul Nord-Est e guardiamo al mercato austriaco, a quello tedesco, alla Slovenia e alla Croazia».

Barche a Motore: Lei è un imprenditore brillante, che progetti ha per l’immediato futuro?
Roberto Pozzerle: «Abbiamo costruito un Marina a Monfalcone, in cui abbiamo investito molti soldi, perché è la porta per i mercati di cui parlavo. Penso che ci faccia fare un ulteriore salto di qualità».

Tre modelli della US Marine commercializzati in esclusiva per l’Italia dalla Lepanto Yachting: da sinistra il Trophy 2503 CC, il Bayliner 265 e il Maxum 2400.

Barche a Motore: Quando ci sono di mezzo gli affari spesso si litiga anche in famiglia. È mai successo fra voi fratelli?
Roberto Pozzerle: «Forse non ci crederete, ma noi siamo sempre andati d’accordo su tutto. Ora siamo rimasti io e Claudio a occuparci dell’azienda. Mario si è ritirato all’epoca della fondazione della Lepanto Yachting. Io con Claudio non ho bisogno di parlare; ci basta uno guardo per capirci. Ed è sempre stato così. Ora c’è una nuova generazione che si affaccia in azienda e abbiamo pensato di pianificare il futuro, in modo che i giovani potessero collaborare fattivamente senza contrasti. Così lui si è spostato a Monfalcone con la famiglia e io sono rimasto qui».

Barche a Motore : Se dovesse fare un consuntivo della sua vita, come la valuterebbe?
Roberto Pozzerle: «Una vita in cui ho avuto molto e molto ho lottato. È stato un successo fatto di sacrifici, creato giorno dopo giorno. La mia storia è quella di tutti i veronesi che sono usciti dalla guerra a pezzi e che hanno dovuto lavorare sodo per sopravvivere. Io ho avuto più fortuna di tanti altri. Quando avevo venti anni ho fatto domanda per entrare alla Fiat e alle Ferrovie. Se mi avessero assunto, oggi non sarei qui a raccontarvi la mia storia. Ma la fortuna, tutto sommato, è quella di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Poi dipende tutto da noi. Io credo che ogni giorno, ognuno di noi riceve le sue opportunità. Bisogna saperle afferrare con tenacia, con intelligenza e con onestà. E qualsiasi lavoro si fa, bisogna metterci l’anima. Altrimenti non si fa strada».

Una ricetta semplice. Una storia semplice di un uomo semplice, ma forte. Un uomo che ha saputo lottare per emergere da una condizione sociale che penalizzava la sua intelligenza, la sua intraprendenza. Un vero lottatore. Un Gladiatore.

di Riccardo Magrini


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