2012. Tutta la storia (meravigliosa) dei motori fuoribordo

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2012, n.7, agosto, pag. 72-79.

Benvenuti nella sezione speciale “BAM 35 Anni”. Vi stiamo presentando gli articoli “cult” tratti dall’archivio di Barche a Motore, a partire dal 1990. Un viaggio nel tempo tra storie introvabili oggi, anche nel grande mare di internet! Un tuffo nel mondo dei momenti epici della nautica a motore. Iniziamo da una delle storie che ci ha appassionato di più.


Fuori dal tempo ma con stile

Da Barche a Motore 2012, n.7, agosto, pag. 72-79.

Un viaggio indietro di oltre cento anni, quando comparvero i primi fuoribordo. Spesso inaffidabili, ma anche rumorosi, inquinanti e assetati di benzina. Però bellissimi!

Il fascino del “vecchio” o, per dirla in maniera più trendy, del “vintage” sta spopolando. E non solo tra le generazioni più mature che magari vogliono conservare ricordi della loro gioventù, ma anche i più giovani mostrano interesse per il “modernariato”, siano questi orologi, auto storiche o dischi in vinile. La nautica, e quella a motore in particolare, in tutto questo arriva buona ultima, solo i vecchi Riva di legno fanno sognare i cultori del classico e già i modelli successivi in vetroresina, altrettanto affascinanti, non suscitano la minima emozione, basta guardare la differenza di quotazione tra un Aquarama e un Saint Tropez, due icone dei cantieri Riva. A maggiore ragione sono penalizzati quegli oggetti dove la tecnologia ne ha decretato l’inevitabile oblio. Certamente i motori vengono al primo posto in questa classifica e neppure i fuoribordo si salvano.

A vedere questo schieramento di piccoli Mercury verrebbe la voglia di mettersi subito alla caccia di questi splendidi reperti. Peccato che le rigorose norme antinquinamento attuali ne limiterebbero molto il reale utilizzo.

Peccato dimenticarli

Un vero peccato! Verrebbe da esclamare, anche se poi girando per le piccole darsene se ne scopre ancora un discreto numero abbarbicati a poppe di barche che, a giudicare dalle condizioni generali, il mare aperto (o il lago) non lo vedono da un pezzo. Ma in questo caso non è collezionismo, è pura ferraglia. Semmai è grave che a nessuno venga in mente di recuperarli per riportarli al vecchio splendore, o anche solo alla vecchia funzionalità per diventare il giusto completamento di uno scafo d’epoca. Ecco che ricadiamo nelle considerazioni di apertura: la mancanza di una cultura storica in ambito motonautico. Già nella vela è differente e mi ricordo i timidi tentativi, nei primi raduni di barche d’epoca, di creare uno spazio anche per gli yacht a motore. La tradizione non manca: dai Baglietto ai Benetti, oltre ai già citati Riva, eppure le (poche) barche presenti erano guardate con spocchiosa sufficienza dai velisti, insuperabili nella loro “fighettosa” boria di sentirsi depositari di tutto quello che galleggia. E poi ecco questa valanga di foto d’epoca a ricordarci che pure la motonautica ha una storia centenaria (le prime sperimentazioni di fuoribordo si hanno fra il 1903 e il 1905), ma anche i suoi miti, magari meno ambiti e famosi di un’Aston Martin o di una Ferrari, ma certamente ricchi di fascino. Basta guardare le cromature di un Evinrude Elto degli anni Trenta o di un Mercury Mark 75 degli anni Cinquanta per innamorarsene subito: il primo con la meccanica quasi tutta a vista, il secondo con la calandra avvolgente.

Non si deve essere necessariamente degli appassionati di oggetti di modernariato per sospirare di fronte a queste vecchie immagini. Un po’ per il fascino del bianco e nero, ma soprattutto per la bellezza di questo motori che, con le loro linee tondeggianti, i colori pastello e le splendide cromature, affascinano subito.

Rivederli a poppa di una barca è immaginabile solo in un raduno, la tecnologia a due tempi con percentuali di olio combusto da codice penale (per la legislazione attuale) consigliano un uso moderato, almeno tanto quanto la delicatezza della meccanica e, immagino, la difficoltà di reperire eventuali ricambi. Infatti se con le auto storiche ormai quasi tutto è stato rifatto, c’è da giurare che con i fuoribordo ci si dovrebbe affidare alla maestria di artigiani che siano in grado di ricostruire i pezzi lesionati, e chissà a che costi. Ma la bellezza di questi oggetti è tale che faccio scattare una provocazione: perché non in soggiorno: Se ci sta il Motom del nonno (ed è ammiratissimo) o la scultura di Giò Pomodoro (già meno capita) perché non potrebbe fare bella mostra di sé un be fuoribordo tutto cromature: è eccessivo, forse no, ma certamente ammirare questi modelli fa venire la voglia di recuperarli e riportarli a nuova vita, magari per esibirli in alcune specifiche occasioni e poi sostituirli con modelli più recenti quando le condizioni d’utilizzo richiedono una maggiore affidabilità, ma anche consumi più contenuti e una sempre doverosa attenzione all’ambiente. Il rispetto della loro età e della loro storia impone di abbinarli a scafi che ne possano costituire il naturale completamento. Un Boston Whaler, anche se più recente, può essere il partner ideale, ma anche tanti nuovi motoscafi di scuola yankee dal gusto un po’ rétro possono adattarsi. Certo il massimo sarebbe il connubio con uno scafo dello stesso periodo.

Inizi Novecento: domina il Made in Usa, poi arrivano i giapponesi e gli italiani

La storia narra che il primo fuoribordo, nel senso di un sistema di propulsione esterno per imbarcazioni, è stato ipotizzato dalle sperimentazioni di un certo Cameron Waterman, un giovane studente di Ingegneria di Yale, è lui ad aver realizzato un motore, si racconta, a quattro tempi: l’anno del brevetto è stato collocato tra il 1903 e il 1905. Per la produzione si è aspettato un po’, per la precisione il 1907, con un paio di dozzine di modelli costruiti e poi si è proseguito per altri cinque anni con ritmi un po’ più sostenuti. I resoconti dell’epoca sono però poco chiari, tanto che la creazione del primo vero e proprio fuoribordo, efficiente e commercializzabile, è attribuita all’americano di origine norvegese Ole Evinrude che, tra il 1909 e il 1912, ha costruito migliaia di motori raggiungendo un notevole successo con il modello da 3 cv. La Evinrude Outboards Co. venne in seguito venduta e Ole Evinrude prosegui l’attività con un’altra società denominata Elto.

Il fascino dei vecchi fuoribordo rimane immutato.

Se i primi passi della storia dei fuoribordo sono tutti “made in Usa”, per vedere dei concorrenti degni di questo nome dobbiamo aspettare il secondo dopoguerra e parlano anche italiano, per esempio con il marchio Selva che negli anni Cinquanta si impone subito per i suoi prodotti performanti e affidabili. È pero dal Giappone che arrivano i principali concorrenti dei brand americani, perché lì ci sono i colossi dell’industria motoristica, che vedono nel fuoribordo una naturale emanazione delle loro eccellenze in campo motoristico sulle due e quattro ruote: Yamaha, Suzuki e Honda fanno presto a far sentire tutto il peso della loro tecnologia e la sfida è lanciata. Le calandre diventano sempre più aerodinamiche e, sotto, il concentrato di tecnologia cresce in maniera esponenziale. Ma il look di un Elto o le cromature di un Mercury hanno un fascino che tutte le centraline e i cavalli profusi a piene mani degli attuali modelli non si possono neppure immaginare.

La storia dei motori fuoribordo compie 100 anni.

di Alberto Mondinelli


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