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Benvenuti nella sezione speciale “BAM 35 Anni”. Vi stiamo presentando gli articoli “cult” tratti dall’archivio di Barche a Motore, a partire dal 1990. Un viaggio nel tempo tra storie introvabili oggi, anche nel grande mare di internet! Un tuffo nel mondo dei momenti epici della nautica a motore. Ecco una delle storie che ci ha appassionato di più.
Big Game, il giorno che dagli Usa arrivò in Italia
Da Barche a Motore 2012, n. 3, aprile, pag. 78-83.
La pesca dalla barca più famosa e ambita agli albori era un’avventura e un azzardo. Soprattutto noi italiani non sapevamo come si faceva. Storia del primo Big Game italiano.
Il Big Game Fishing la spettacolare tecnica di pesca nata negli Stati Uniti negli anni ’30, che ha il suo massimo cantore nello scrittore Ernest Hemingway, è una realtà sempre più consolidata anche in Italia, nei nostri mari. Non c’è porto dove non si annidi una schiera di appassionati, sono sempre di più le barche che vengono adibite alla pesca d’altura Big Game. Barche superattrezzate con un livello di sofisticazione sempre crescente, che permettono di pescare tonni di dimensioni impensabili. Ma agli albori del Big Game Drifting le cose non andavano così. Mesi fa in redazione è saltato fuori un libro sdrucito, “Pesca del Tonno” di Daniele Benfenati, la prima bibbia italiana di questo tipo di pesca. E abbiamo letto con grande gusto e ammirazione la storia della nascita del Big Game italiano. Ecco un estratto di questa avventura di pesca in mare agli albori degli anni ‘70, che può essere catalogato nella storia come la prima pesca drifting (Big Game) italiana.
1970. Francia Meridionale: la barca è un gozzo pontato con entrobordo. Nei pressi del timone vediamo le canne, imbullonate alla coperta, sporgono dal bordo per tutto il fusto.
Un collega medico di Santa Margherita Ligure dice a mio padre (Adamo) di aver sentito dire che in Francia, a Port de Bouc, alle foci del Rodano, i pescatori di professione pescano i tonni giganti con canna e mulinello! A casa non ci salva più! Il babbo sembra un animale in gabbia, non si dà pace, ripete continuamente che se avesse modo di vedere anche per un istante come fanno quelli di Port de Bouc, avrebbe la certezza di catturarne almeno uno. Ai primi di agosto torno a casa in ferie. Una sera, a cena, lo prendo in parola: domattina ti accompagno a Port de Bouc! Detto e fatto, la mattina si parte. In meno di 8 ore maciniamo gli oltre 900 km e nel primo pomeriggio arriviamo in un paesino fantastico. Con quattro parole di francese e due di bolognese raggiungiamo il mercato del pesce dove troviamo un personaggio caratteristico disponibile a portarci sulla sua barca per vedere come si pesca “le Ton Rouge”. Alle 5 dell’indomani mattina si esce. La barca è tipo gozzo in legno pontato con entrobordo. Nei pressi del timone vediamo le canne imbullonate alla coperta. Sporgono dal bordo per tutto il fusto, hanno enormi passanti ad anello, mulinello Penn Senator del 16/0, nylon da 1,60 mm ed amo legato direttamente al nylon. A un paio di miglia dalla costa il nostro comandante si ferma, estrae due maccarelli (sgombri) da un secchio e procede alla (per noi allora) complicata operazione di innesco con una attrezzatura alquanto curiosa: uncinetto da lana, tubo di ottone (deboner), coltello, ago e filo. Terminato l’innesco del primo sgombro, il comandante fa eseguire il secondo innesco a mio padre, che da buon medico lo esegue perfettamente. Cominciamo a trainare a 2 o 3 nodi in un mare tranquillo, con acqua verdastra e non troppo limpida, in compagnia di altre barche simili alla nostra. Quel giorno noi non ferrammo il tonno, ma riuscimmo tuttavia a vedere due barche con “il tonno in canna” e capimmo la potenza di quei bestioni. I pescatori locali, una volta ferrato il pesce (a traina si ferra da solo) fermano il motore e lasciano andare in fuga il pesce ed usano il mulinello come un winch, ogni tanto danno due o tre giri di manovella lasciando che il tonno si stanchi da solo, l’unica preoccupazione è quella di tenere sempre in tiro il nylon. Quando il tonno arriva sotto barca è già praticamente sfinito e viene raffiato con semplicità.
Il Big Game nasce negli Stati Uniti negli anni ’30 per la pesca dei giganteschi “Bluefins” che altro non erano che tonni, quelli che i francesi chiamano “ton rouge”
La giornata decisamente positiva aveva insegnato a mio padre tutto quello che c’era da sapere sulla pesca al tonno, il resto ce lo mise lui dopo. Tornammo a casa il giorno stesso con l’entusiasmo alle stelle e con la convinzione che il nostro delta del Po fosse un paradiso. Bisogna aspettare l’anno successivo per la prima cattura! Il 15 agosto del 1971, il babbo, Furio e mia cognata escono in mare all’ alba. Il mare è una tavola, i tonfi sordi dei tonni si sentono lontano alcune miglia. L’innesco preparato alla Port de Bouc è perfetto, pochi minuti di traina sul limite dell’acqua blu ed ecco la ferrata! E’ certo che prevalse l’ostinata determinazione per quella cattura tanto agognata. Senza sedia e senza cintura da combattimento, mio fratello a prua seduto sulla canna a recuperare il nylon sfilato, mio padre al volante a tenere la barca in direzione, dopo oltre tre ore hanno avuto ragione di quel bestione. Alla bilancia fece segnare il peso di 152 kg. L’entusiasmo fu tale che caricarono il pesce nel baule dell’auto, con tutta la coda sporgente, e lo portarono a casa per banchettare con gli amici, increduli di quella cattura. Nei giorni successivi mio padre e mio fratello costruirono la sedia da combattimento, il raffio ed idearono una cintura a spalla per potere combattere con più sportività, ma anche con più facilità. Va tenuto presente che allora in Italia non esistevano riviste specializzate nel Big Game, né tantomeno negozi di attrezzature e quindi l’inventiva e la fantasia erano determinanti. Mio padre inoltre imbalsamò la testa di quel suo primo tonno che io tuttora conservo come una reliquia. Quasi tutti gli anni catturò il suo gigante. Nel 1974 anche mia madre ebbe la fortuna di partecipare, nel ruolo di skipper, ad un’altra sua cattura. Ogni tonno pescato lo donava all’Asilo o alla Cooperativa Pescatori di Scardovari. Dopo ogni cattura riponeva l’attrezzatura da mare e si dedicava alla trota o al black bass.
Una famiglia in azione mentre si dedica al Big Game.
Una cattura all’anno lo rendeva felice ed appagato e non sentiva la necessità o la voglia di chiedere di più. Negli anni che seguirono ebbe molti seguaci. Nel 1982 fondò il Barricata Tuna Club con l’intento di trasmettere quell’entusiasmo, quella lealtà e quella determinazione degne di un vero Angler. Ha sempre combattuto contro l’inquinamento e contro le catture irresponsabili, capaci soltanto di depauperare il mare. Ci ha insegnato la sportività, la modestia ed il rispetto del mare. Oggi le tecniche e le attrezzature si sono evolute, i club di pesca sono proliferati ed ogni porticciolo è pieno di fisherman attrezzati per la pesca d’altura. Il Big Game è una realtà indiscutibile nei mari italiani. Un poco di tutto questo lo dobbiamo anche a lui!
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