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Storia di un italiano che amava il mare, le barche e i giornali
Da Barche a Motore 2013, n. 4, maggio, pag. 18-19.
Il fondatore di Barche a Motore, Mario Oriani, ci ha lasciato da poco. Ricordarlo vuol dire ripercorrere la storia della nautica italiana e anche di un bel modo di fare giornalismo.
Prendo in mano questa rubrica, per oltre 20 anni l’ha tenuta in mano mio padre Mario. La lascia solo perché non c’è più, altrimenti non l’avrebbe mai mollata. Era troppo importante per lui, motivo di vita, dialogare ogni mese con voi, amici appassionati di mare. Mario Oriani aveva due grandi passioni: il giornalismo e il mare, di cui l’amore per le barche è la massima espressione. Le sue passioni le ha perseguite sempre, sino in fondo. Due passioni, il giornalismo e l’andare in barca, che si intersecano, si incrociano, si fondono. E hanno grandi valori. Penso che il mio compito ora, come è stato quello di mio padre, sia di trasmettere ai giovani quello spirito di intraprendenza, positività, ricerca di una rotta, voglia di scoprire e confrontarsi, con timore talvolta ma senza paura, che anima tutti quelli che condividono la passione per il mare e per il vero giornalismo. Noi over fifty, ma anche i più giovani, dobbiamo farlo per i nostri figli e le nuove generazioni. E persone come voi cari lettori sono importanti, perché questi valori li trasmettete ogni volta che uscite per mare. (Luca Oriani)
Riprendiamo in questa pagina uno dei 360° più riusciti di Mario Oriani, dove racconta gli esordi della sua passione per le barche a motore e fa alcune considerazioni sull’andar per mare odierno. Una lezione di mare, passione, giornalismo.
“Chi e costui, che storia ha dietro le spalle per permettersi di parlare di nautica con tanta supponenza?” E allora mi presento (o ripresento) e faccio un passo indietro di molti anni quando, agli esordi in giornalismo, naturalmente con pochissimi soldi in tasca, decisi di risparmiare per comperarmi qualcosa che stesse a galla e che avesse a poppa un fuoribordo che spingeva forte. Mi guardai attorno, siamo a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, e scoprii che quello che volevo era un sogno. Anzi una chimera. Abbassai le arie e cercai qualcosa che mi facesse guadagnare i soldi per accelerare il programma. La fortuna mi venne incontro: al Palazzo dello Sport di Milano si stava approntando la “Sei Giorni Ciclistica” e gli organizzatori cercavano, pro tempore, uno che si occupasse dello spettacolo di varietà che si svolgeva nel parterre e dell’ufficio stampa. Me lo propose, un colpo di fortuna, un famoso industriale del tempo, Giovanni Borghi, padrone della Ignis, nelle cui fabbrica si producevano frigoriferi a milioni. La Ignis aveva anche una squadra ciclistica ed è per questo che finanziava le Sei Giorni.
Accettai, avrei lavorato, di giorno, al giornale, di notte al Palazzo dello sport. Le cose andarono bene. Un gran successo, tanto che Borghi volle ricompensarmi con un extra che potevo scegliere. Scelsi, non inorridite, un catamarano Bianchi, della fabbrica di biciclette per la quale correva Fausto Coppi, mio buon amico, che pensava di diversificare la sua produzione entrando nel mercato nautico, senza però alcuna competenza. Rincorreva il sogno di una “nautica per tutti”. Il Katamar, così si chiamava, era un piccolo catamarano di vetroresina che si scioglieva al sole tanto che, con gli attrezzi che la fabbrica dava in dotazione, c’era un grande barattolo di latta pieno di mastice per tappare i buchi e gli sbreghi. Il motore era quello della Piaggio per il furgoncino Ape trasformato marino, che andava in moto tirando il cavo con un maniglione. In moto? Ma quando mai? La maggior parte del tempo la passai, quell’estate, sulla spiaggia a tirare questa maledetta corda riuscendo soltanto a fare qualche giro e qualche bagno stando attenti a non spegnere il motore anche da fermi nel golfo ligure di Riva Trigoso, dove andavo e vado in vacanza e dove i vecchi marinai e gli abili operai del locale cantiere mi trattavano giustamente da “Milanes in mar…” E allora che con le mie mani da “intellettuale”, abituato a battere sulla macchina da scrivere, mi ingegnai a fare il meccanico. Ma quando il Piaggio andava in moto il catamarano di cinque metri scarsi, a memoria, debbo dire che filava come un “Cigarette”. O, perlomeno, io lo credevo. Il grande raid, non lo dimenticherò mai, ricordo bene, fu la traversata del golfo da Sestri Levante ad Arenzano. Andata e ritorno in un giornata. Nonostante che, come fuoribordista, mi fossi dimostrato sino allora modesto, la voce che mi intendevo di barche circolò nell’ambiente a Milano.
Mario Oriani, fondatore di Barche a Motore e de Il Giornale della Vela.
Così mi venne affidato il compito di fare le prove per un giornale. Cercai di studiare qualcosa e, riconosco oggi, con gratitudine, che la frequentazione dei cantieri risultò preziosa e profittevole. Finalmente, così, riuscii a comperarmi la barca dei miei sogni di allora, un Riva usato. Lo confesso, qualche debito lo feci lo stesso, un motoscafo Riva usato è sempre un Riva. Come giornalista, intanto, la mia carriera, per fortuna, andava avanti bene, diventai anche direttore e così a “farmi”, come si dice, un cabinato. Niente di speciale. Non snob come il Riva, ma posso dire, che la barca quella che in quel tempo tenevo in banchina, era l’ultimo grido. Si era alla fine degli anni Sessanta. Da allora ho avuto molte altre barche. Tutte belle. Tutte amate. Ho passato le mie vacanze sempre in barca, naturalmente, da quando ne ho avuta una che aveva cabina accogliente, con un letto e non una cuccia e, nel cosiddetto bagno, c’era la tazza del water che scaricava bene. Adesso mi sono un po’ impigrito e mi faccio portare dagli amici, ma al timone mi piace ancora stare. “Hai colpo d’occhio, sai prendere le onde” mi dicono. Io non ci credo.
Ecco, sulla navigazione stimata con carte nautiche sono un “crack”, come dicono gli inglesi. Non come quello che un’estate in Capraia, con un motoscafo grande come un transatlantico, mi chiese: “Scusi, per Livorno da che parte vado? Mi si è rotto il Gps.”… “Ma ce l’ha la bussola?” … “Si, ma non è compensata” … “Allora vada dritto, sempre dritto mi raccomando e quando vede terra chieda a qualcuno se deve virare a sinistra o a destra. Non lo chieda alla barca della Guardia Costiera, se l’incontra, se no le tolgono la patente e la scortano a Livorno, questo sì, ma per sequestrarle la barca”. La barca a motore, lo confesso, mi piace se va forte. Sennò è una lagna.
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