Barche in vetroresina: negli Anni 50 l’Italia fù il primo Paese a crederci

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A cavallo tra gli Anni 50 e 60, grazie a due cantieri all’avanguardia come Verga-Plast Nautica e Fiart Mare, l’Italia è stato il primo Paese europeo a lanciarsi nella produzione di scafi in vetroresina. Un materiale che all’epoca era un simbolo del boom economico italiano e che ha contribuito alla democratizzazione del piacere di andare per mare.

Materiale eccellente a livello di resistenza, versatilità e durata, la vetroresina ha completamente rivoluzionato il mercato delle imbarcazioni da diporto, soppiantando di fatto il vecchio legno e i suoi compositi. Ha cominciato a essere sperimentata nel settore nautico già a partire dagli Anni 50, ma il suo uso su ampia scala per la costruzione di yachts si è affermato a cavallo degli Anni 60-70 quando ha favorito la produzione in serie da parte dei cantieri che cominciarono a sfornare barche che riscuotevano un enorme apprezzamento da parte dei diportisti per le ottime prestazioni, l’estetica e anche il prezzo contenuto.

Meno noto è il fatto che in tutto il mercato nautico europeo all’epoca l’Italia ha giocato un ruolo chiave in questo passaggio tecnologico con alcuni cantieri che sono stati pionieri della lavorazione della vetroresina e hanno sfornato i primi esemplari prodotti in serie.

Giancarlo Verga, grande pioniere della vetroresina

Già nel 1952 Giancarlo Verga, in collaborazione con il Politecnico di Milano, realizzò quella che è a tutti gli effetti la prima vera barca in vetroresina in Europa, costruita con il processo tradizionale di stratificazione dei compositi. Una carena a guscio di noce di 2,60 metri di nome “Libellula”. Sulle basi di quel primo prototipo lo stesso Verga approfondì questo tipo di materiale plastico e i relativi processi produttivi fondando qualche anno più tardi, nel 1958, il cantiere Verga-Plast Nautica (oggi Verga 1958) con sede tra Como e Milano. Nel decennio successivo, e più precisamente nel 1969, Verga realizzò “Larianella”, la prima barca in Europa costruita in termoformatura sottovuoto di tecnopolimeri, una tecnologia industriale completamente nuova per la nautica. La termoformatura sottovuoto infatti ha rappresentato un salto tecnologico importante che coinvolgeva nuovi materiali, ma anche processi produttivi innovativi che erano ispirati da una logica industriale.

È proprio questa doppia capacità di innovare, prima nei compositi e poi nei polimeri industriali, che portò l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini a conferire a Giancarlo Verga il titolo di Cavaliere del Lavoro, riconoscendone il ruolo pionieristico nell’industria italiana.

Fiart Mare di Napoli, protagonista di quella rivoluzione 

Negli stessi anni, il cantiere Fiart Mare, acronimo di Fabbriche Italiane per l’Applicazione di Resine Termoindurenti, con sede a Baia, nel Golfo di Pozzuoli (Na), aveva cominciato a sperimentare con successo le prime applicazioni di questa innovativa “plastica” in campo nautico. Quei test avevano convinto Ruggiero di Luggo, geniale fondatore del cantiere, che quel materiale era talmente straordinario da poter cambiare le regole del gioco.

Così, all’edizione del Salone Nautico di Genova del 1960 Fiart Mare presentò ufficialmente quella che riteneva l’innovazione del secolo. Si chiamava “Conchita” ed era una lancetta con la coperta “open” di appena 3,60 metri che ancora oggi ispira simpatia e tenerezza, ma che all’epoca era una novità assoluta e che suscitò le invidie dei cantieri di mezzo mondo.

Libellula e Conchita, barche simbolo del “Boom Economico”

Lo scafo di Conchita si presentava con una livrea bianca rifinita sul bordo superiore con un rosso acceso che richiamava lo spirito, la gioia e la fantasia dei paesi esotici del Sud America. Proprio come il nome stesso, “Conchita”, semplice e molto popolare, che nell’idea dell’ingegnere Ruggiero di Luggo era perfetto per quel barchino destinato a inaugurare l’epoca della “barca per tutti”. In quegli anni del “Boom” c’era grande ottimismo, voglia di fare e tutti volevano cavalcare l’onda lunga del Miracolo Economico nel secolo più ricco di avvenimenti. Possedere una barca diventava un fenomeno non più elitario ed esclusivo e quel materiale intelligente era il “passpartout” popolare per vivere il mare. Un po’ come in campo automobilistico la “500” era diventata la macchina delle famiglie italiane.

E allora quelle prime barchette in vetroresina di Verga-Plast Nautica e Fiart Mare, la “Libellula” così come “Conchita”, oltre a essere delle grandi innovazioni tecnologiche e industriali, riassumevano in modo semplice ma brillante lo spirito di progresso, e rimangono ancora oggi nel cuore di tantissimi appassionati.

David Ingiosi

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1 commento su “Barche in vetroresina: negli Anni 50 l’Italia fù il primo Paese a crederci”

  1. Paolo Caracciolo di Brienza

    La mia prima barca 1965 con motore evinrude 9,5 . Ho girato tutto il golfo di Napoli.
    Che ricordi fantastici.

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