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La sfida tra un Boston Whaler e un dozer a cui lo scafo sembra resistere bene.
“Se ti dico forte, resistente, pronto a tutto, cosa ti viene in mente?”
“Mmm. Le barche che pescano le balene!”
Whaler, appunto. La leggenda vuole che in questa conversazione con sua figlia un giovane imprenditore del Massachussets, Richard “Dick” Fisher, trovasse la seconda parte di un nome destinato a fare la storia della nautica. E Boston? Un riferimento significativo, dal punto di vista geografico, all’America da cui veniva. Questo aneddoto raccontatomi da Alessandro Lorenzon, ex responsabile di Boston Whaler per il mercato EMEAA, sotto la pioggia da apocalisse che puntualmente colpisce il salone di Genova almeno per un giorno, segna l’inizio del mio viaggio dentro la storia di uno dei cantieri più famosi d’America.
Boston Whaler
Se guardiamo a Boston Whaler, dalla sua genesi a ciò che rappresenta oggi, è chiaro che non sarebbe potuta nascere da nessun altra parte se non negli Stati Uniti. Non è tanto la tipologia di barca in sé, ma il valore stesso che questo marchio ha assunto nel tempo. Quelli descritti da Fisher e riassunti dalla figlia in “whaler” sono concetti in cui un certo tipo di americano si rispecchia con orgoglio e che mette al centro della propria cultura. La nautica in America, anche quella di alta gamma, spesso ha la tendenza a non essere esclusiva, o meglio, a non avere lì il proprio centro di gravità. Per entrare nell’ordine di idee pensiamo alle auto. Nel nostro Paese un’auto sportiva simbolo del “fatto in Italia” probabilmente ci porta alla mente due brand come Ferrari e Lamborghini. Macchine fantastiche, ma per pochissime persone. Negli USA, lo stesso successo in termini di fama lo troviamo in una Ford Mustang o in una Chevrolet Camaro, alla portata, potenzialmente, di centinaia di migliaia di persone.
L’idea di fondo è che oltreoceano, osservando dal Vecchio Continente, un marchio “top” spesso è anche “pop”, cioè popolare. Così anche una barca come un Boston Whaler non è per una nicchia, ma piuttosto un obiettivo che un average Joe con l’impegno e la dedizione può raggiungere. La fatica per un risultato importante. Forse in quel “whaler” dell’inizio ci potremmo inserire anche questo. Sta di fatto che Boston Whaler è un simbolo degli Stati Uniti e con questa filosofia è arrivato in tutto il mondo.
Boston Whaler e il suo fondatore Dick Fisher
A proposito di filosofia, era questa la disciplina in cui il poliedrico Richard Fisher si laureò nel 1936 ad Harvard, prima di fondare tre anni dopo la Fisher-Pierce con l’amico d’infanzia, Robert Pierce. L’azienda era specializzata in interruttori a relè per i semafori e come realtà esiste ancora oggi. Come passione Fisher andava a pesca e lo faceva sui fiumi dove potevano comparire rocce all’improvviso. Nel 1943, aveva quindi provato a costruire piccole barche in legno di balsa con l’obiettivo di unire leggerezza e robustezza, ma ben presto si rese conto che non funzionava. Dovette aspettare il 1954 quando gli capitò sotto gli occhi un comunicato stampa che parlava di poliuretano espanso. Memore dei suoi tentativi di gioventù, grazie a quel provvidenziale inserto l’entusiasmo di Fisher si riaccese e in breve realizzò un’imbarcazione a vela, una sorta di scow per i laghi interni americani.
L’arrivo di Ray Hunt
A questo punto si rende necessario introdurre un altro protagonista della nascita di Boston Whaler: il mitico Raymond “Ray” Hunt, inventore dello scafo a V profonda, del Moppie e dei primissimi Bertram, ma soprattutto amico di Fisher. Quando vide la barca a vela ne rimase sorpreso, in positivo, ma fece un ragionamento che in sessant’anni non è invecchiato di un giorno:
“Bello, ma il mercato della vela è limitato. Perché non la fai a motore con i fuoribordo?”
A questo punto Hunt fece saltare fuori un vecchio progetto, il Sea Sled. Sviluppato negli anni Venti dal canadese William Hickman, si differenziava da un’imbarcazione normale per avere due scafi nettamente separati ed una prua “smussata”. Hunt voleva il Sea Sled come base per quello che sarebbe diventato il primo Boston Whaler e ne parlò con lo stesso Hickman, mostrandogli alcune modifiche per migliorarlo, ma il canadese non si fece coinvolgere. Hunt allora andò avanti da solo e aggiunse un elemento centrale al Sea Sled da cui nacque il progetto del primo mitico “13 foot”, un Boston Whaler di 13 piedi.
Prove di inaffondabilità:
1
2
3 Boston Whaler
Ci vollero in realtà diversi mesi di tentativi e test in acqua con Fisher per arrivare ad avere la forma giusta dell’opera viva, ma da allora non venne cambiato più molto. La svolta epocale che questa barca portava con sé non riguardava solamente la carena. Anzi alla base di tutto c’era appunto il poliuretano espanso. Era un periodo pionieristico per la vetroresina, la prima barca in serie doveva ancor arrivare e sarebbe stata a vela.
Era già chiaro, però, che quel tipo di laminato con le conoscenze dell’epoca non avrebbe funzionato per le piccole e leggere barche fuoribordo. Il problema fu aggirato a monte da Fisher che creò uno scafo fatto principalmente di schiuma chiusa in uno strato, più leggero e sottile, di laminati e gelcoat. Il risultato era un’unità rigida, robusta, rapida ed estremamente galleggiante. Anche “troppo”.
Boston Whaler, la “leggenda inaffondabile”
Parlavamo di un “poliedrico Fisher”. Oltre che imprenditore, il fondatore di Boston aveva anche uno spiccato talento per il marketing. Come far conoscere un’imbarcazione che dal punto di vista estetico veniva definita un “porta-sapone”? Puntando su qualità diverse, uniche, come quella che è diventata proverbiale: l’inaffondabilità dei Boston. Per farlo Fisher indossò cappotto di tweed, papillon e cappello e si fece ritrarre in una serie di scatti mentre sedeva tranquillo a bordo del 13 piedi mentre una grande sega tagliava in due la barca. Come chiusa aggiunse altri scatti in cui lo si vedeva allontanarsi agevolmente con la metà restante. Queste foto apparvero su Life, una delle riviste più lette in assoluto al tempo e con questa trovata, diventata cult, il nome Boston Whaler decollò. Non era, chiaramente, la prima volta che Fisher faceva tagliare in due un suo scafo.
È probabile che già dalla primavera del ‘59 facesse esperimenti del genere ed in un mondo piccolo come la nautica la notizia di questa sua “bravata” era arrivata alle orecchie di Carl Kiekhaefer, fondatore di Mercury Marine che, incuriosito, aveva invitato Fisher alla riunione annuale dei concessionari per far vedere il “numero” dal vivo. Destino, quello di Boston e Mercury che, come vedremo, diventerà un tutt’uno. Nel tempo il range di imbarcazioni Boston Whaler si è decisamente ampliato con scafi nuovi anche per l’off-shore e tecniche costruttive migliorate.
Boston Outrage 25
Interessante, però, come l’uso della schiuma interna, suppur con una formula ogni anno aggiornata, sia rimasto uno degli elementi caratterizzanti di tutta la produzione. Anche la proprietà è cambiata di mano varie volte da quando nel 1969 la Fisher-Pierce cedette l’attività al gruppo CML. Bisognerà, però, aspettare il 1996 per vedere l’ingresso nel gruppo Brunswick, colosso della nautica che ha oggi in questo marchio uno dei suoi punti cardine.
L’arrivo a Edgewater
Nel 1993 la produzione si è spostata a Edgewater, oggi quartier generale in Florida, lasciando definitivamente Rockland, in Massachusetts dove tutto era iniziato. Uno stabilimento ad Edgewater era già stato aperto nel 1987 in un momento di espansione del mercato. Oggi la Florida rimane il territorio in cui Boston Whaler ha messo radici, tanto che ancora nel 2021 è stata celebrata la riapertura di un impianto di oltre 20.000 metri quadri nella contea di Flagler, appunto in Florida, a due passi da Daytona. La struttura, che dovrebbe lavorare a pieno regime entro il 2025, non aumenta solo gli spazi produttivi, ma porta in dote anche macchinari nuovi e di ultima generazione.
345 Conquest
Con questo ulteriore tassello, in tre anni, la produzione di Boston Whaler aumenterà di circa il 30-40% in totale tra tutte le facilities. Un piano ambizioso per un costruttore che già oggi impiega circa 1.400 dipendenti e va verso i 500 nuovi assunti proprio quest’anno. Certo, alle spalle da ormai oltre 25 anni c’è un gruppo che nel comparto nautico fa la parte del leone andando a soddisfare una fascia di mercato estremamente eterogenea. Parliamo di Brunswick che con la recente acquisizione del gigante dell’elettronica Navico (Simrad, C-Map, Lowrance) per circa un miliardo di euro, figura oggi come uno dei player principali nel diporto di piccole-medie dimensioni. In un settore dove l’integrazione è sempre più centrale Boston Whaler si trova in una posizione privilegiata sul mercato potendo contare sulla potenza di fuoco che sia tecnologica o industriale, di questo grande gruppo. Discorso analogo per i propulsori. Kiekhaefer e Fisher non ci sono più, ma le loro due creazioni, Mercury Marine, anch’esso parte di Brunswick, e il brand di EdgeWater sono oggi più legate che mai. Gli scafi Boston sono progettati appositamente per questi motori e quando escono dal cantiere a poppa hanno già uno o più fuoribordo fatti dalla casa di Fond Du Lac, in Wisconsin. E in una gamma di barche che spazia dai quattro metri del più piccolo dei Super Sport al 420 Outrage, la famiglia continua a crescere.
Boston 360 Outrage o 405 Conquest?
Ultimi due arrivati in termini temporali sono il 360 Outrage e il 405 Conquest, al debutto europeo al salone di Düsseldorf 2023. Il primo è un center console sportivo mentre il secondo è un cruiser cabinato.
L’attitudine, in termini di prestazioni e tenuta al mare, da barca offshore è, comunque, comune a tutte e due. Nel mondo, infatti, un Boston passa da fisherman puro a barca da crociera semplicemente cambiando di zona e di mentalità. Quello che non muta è la passione che ruota intorno a questi scafi come dimostrano i club nati in varie località e i raduni che vengono organizzati da queste realtà per creare momenti dedicati a chi ha uno di questi scafi.
Il bello è che non bisogna sfoggiare il più nuovo o il più grande per essere ammirati, anzi. Sono, anzi, i modelli vintage a riscuotere maggior successo e interesse e non è un caso che uno scafo di questi sia una sorta di assegno circolare con una perdita di valore minima nel tempo minima. Tra gli armatori c’è proprio quel concetto di gruppo che fa di queste imbarcazioni il contrario di un prodotto esclusivo, ma anzi è un qualcosa che unisce. Un vero e proprio mito “pop”!
5 commenti su “Boston Whaler, così sono nate le barche americane “inaffondabili””
Guido
Articolo che sembra più una promozione/difesa di una America che non c’è più (o che non c’è mai stata)che altro. Il discorso sul “average Joe” fa davvero ridere…dato i prezzi folli che le barche in questione hanno sempre avuto. Prezzi tra l’altro supportati da nulla…dato che l’invenzione si limitava al riempimento con schiuma espansa. Non linko tutte le varie testimonianze negative perché sarebbe troppo impegnativo. Buona ricerca
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i commenti hanno un iter di approvazione da parte del sito. In alcuni casi il sito li approva in automatico, in altri è manuale. Se non c’è il tempo nell’immediato un commento uscito automaticamente può anche essere “non approvato” così da non lasciarlo senza risposta (durante il weekend) o almeno fare un check. Nessun commento, a parte quelli eccessivamente volgari, è mai stato cancellato a prescindere dall’essere positivi o negativi. Scorrendo gli articoli si trovano commenti, ad esempio nei test, anche critici verso le imbarcazioni. Nessuno si è mai sognato di cancellarli. A volte basterebbe un minimo di pazienza, prima di screditare il lavoro quotidiano fatto da professionisti.
Se vuole ulterioi chiarimenti può scrivermi una mail, anche in merito all’articolo: fe*****@***********re.it
Gentile Sig.Ferrari,
Innanzitutto le confermo che i commenti vengono cancellati.
Mi è capitato più di una volta, anche se in verità ormai non saprei più indicare sotto quale articolo. Poi evidentemente se cancellate i commenti per ripubblicarli dopo una settimana non mi è dato sapere, visto che non ritorno dopo settimane sullo stesso articolo e dunque non posso smentire.
In merito allo screditare il lavoro altrui le posso dire che ci pensate già da soli, con questo continuo e ormai intollerabile “scendilettismo” verso una nazione che ci ha distrutti e che ora sta solamente terminando l’opera. Opera che è stata resa possibile anche grazie a gente come voi.
Saluti
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5 commenti su “Boston Whaler, così sono nate le barche americane “inaffondabili””
Articolo che sembra più una promozione/difesa di una America che non c’è più (o che non c’è mai stata)che altro. Il discorso sul “average Joe” fa davvero ridere…dato i prezzi folli che le barche in questione hanno sempre avuto. Prezzi tra l’altro supportati da nulla…dato che l’invenzione si limitava al riempimento con schiuma espansa. Non linko tutte le varie testimonianze negative perché sarebbe troppo impegnativo. Buona ricerca
Sicuramente farò l’abbonamento alla vostra rivista e sicuramente consiglierò a tutti quelli che conosco nella mia marina la vostra rivista di marchettari da quattro soldi, che cancellano i commenti scomodi che mettono in ridicolo le loro schifose leccate di culo. Vergognatevi pagliacci
Non ti arrabbiare. Sai come sono i giornalisti, critica loro ma non i prodotti che pubblicizzano.
Saluti
Caro Guido,
i commenti hanno un iter di approvazione da parte del sito. In alcuni casi il sito li approva in automatico, in altri è manuale. Se non c’è il tempo nell’immediato un commento uscito automaticamente può anche essere “non approvato” così da non lasciarlo senza risposta (durante il weekend) o almeno fare un check. Nessun commento, a parte quelli eccessivamente volgari, è mai stato cancellato a prescindere dall’essere positivi o negativi. Scorrendo gli articoli si trovano commenti, ad esempio nei test, anche critici verso le imbarcazioni. Nessuno si è mai sognato di cancellarli. A volte basterebbe un minimo di pazienza, prima di screditare il lavoro quotidiano fatto da professionisti.
Se vuole ulterioi chiarimenti può scrivermi una mail, anche in merito all’articolo: fe*****@***********re.it
Buona domenica,
Gregorio Ferrari
Gentile Sig.Ferrari,
Innanzitutto le confermo che i commenti vengono cancellati.
Mi è capitato più di una volta, anche se in verità ormai non saprei più indicare sotto quale articolo. Poi evidentemente se cancellate i commenti per ripubblicarli dopo una settimana non mi è dato sapere, visto che non ritorno dopo settimane sullo stesso articolo e dunque non posso smentire.
In merito allo screditare il lavoro altrui le posso dire che ci pensate già da soli, con questo continuo e ormai intollerabile “scendilettismo” verso una nazione che ci ha distrutti e che ora sta solamente terminando l’opera. Opera che è stata resa possibile anche grazie a gente come voi.
Saluti