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In un’epoca dominata dalla vetroresina e dai giganti del mare, esiste un mondo silenzioso fatto di trucioli, resina epossidica e sogni che prendono forma in piccoli laboratori. Gaia Brojanigo, attraverso il suo progetto Broja_Lab, è diventata il punto di riferimento per chi crede che una barca non sia solo un oggetto da acquistare, ma un’esperienza da costruire con le proprie mani.
C’è un profumo particolare che accoglie chi entra in un cantiere dove si lavora ancora il legno. È un mix di cedro, mogano e quercia che si fonde con l’odore pungente delle vernici. Per decenni, abbiamo pensato che le barche in legno fossero un retaggio del passato, pezzi da museo destinati a pochi appassionati disposti a fatiche immani per la manutenzione. Eppure, oggi stiamo assistendo a una controtendenza affascinante. Vivere, recuperare o addirittura costruirsi una barca in legno non è più un’utopia per pochi eletti, ma una scelta di libertà.
Broja_Lab
Il messaggio è chiaro: la nautica “low budget” e sostenibile è possibile. Grazie alle moderne resine e alle tecniche di costruzione semplificate, chiunque possieda una buona manualità può approcciarsi al restauro di un vecchio scafo o alla creazione di una deriva. È un ritorno all’essenziale, a quel modo spartano di vivere barche, derive e natanti che permette di esplorare coste e lagune con mezzi leggeri, trasportabili sul tetto di un’auto. In questo panorama emerge la figura di Gaia Brojanigo, in arte “Broja_Lab”, che ha saputo trasformare la sua passione tecnica in un racconto corale capace di ispirare migliaia di follower.
Gaia Brojanigo da qualche anno sta riportando in auge sui canali social l’arte della carpenteria navale e il sogno di viaggiare e vivere le barche in autonomia e in piena libertà.
Gaia, partiamo dall’inizio. Chi è la “Broja” dietro il laboratorio e come è nata questa tua attrazione fatale per il mare e la costruzione?
“Sono originaria di Milano e oggi ho 29 anni, ma la mia strada ha preso una piega decisamente poco convenzionale molto presto. A 18 anni ho deciso di lasciare il liceo artistico; sentivo che la mia strada non era sui banchi, ma altrove. Sono partita per i Caraibi per lavorare come ‘deck hand’ (marinaio di coperta) sugli yacht. È stata un’esperienza incredibile: mi sono mossa tra il Venezuela e Cuba per un’intera stagione. Tuttavia, ho capito quasi subito che non volevo solo stare sopra una barca, volevo capire come fosse fatta. Sulle barche da diporto c’è sempre qualcosa da riparare e io ero quella che guardava con curiosità ogni bullone, ogni incastro. Volevo valorizzare la mia manualità. Dopo quella stagione e un periodo in Calabria come istruttrice di vela, ho capito che il mio “pallino” era la costruzione. Così, seguendo il consiglio di un amico, mi sono iscritta alla Falmouth Marine School in Cornovaglia. È un posto magico, una sorta di liceo specializzato in carpenteria navale aperto a tutti. Lì ho ricominciato da zero, studiando teoria dei materiali e passando ore e ore nei laboratori pratici. È stato un anno fondamentale: ho imparato le basi della lavorazione del legno e dei materiali compositi in un ambiente di cooperazione totale con altri studenti”.
Dai banchi della Cornovaglia ai cantieri professionali: qual è stato il tuo percorso formativo “sul campo”?
“Durante la scuola ho iniziato subito a sporcarmi le mani seriamente. Con un’amica abbiamo preso un vecchio Seawing 25 e lo abbiamo restaurato come progetto scolastico. Una volta diplomata, sono entrata come apprendista carpentiere nel cantiere Discovery Yachts. Lì mi sono occupata di tutto: dalla laminazione degli scafi al fit out della coperta e degli interni. Successivamente sono tornata ai Caraibi, ma stavolta con un ruolo tecnico: un armatore canadese mi ha affidato il restauro di una barca a vela in ferro. Ho girato molto, lavorando a Palma de Maiorca su un caicco turco e cercando spazio nei cantieri in Spagna, finché la vita non ha rimescolato le carte con l’arrivo del Covid e della mia gravidanza. Tornare in Italia non è stato facile, professionalmente parlando”.
“È stato un momento difficile. Quando mio figlio ha compiuto un anno, ho provato a rientrare nel mondo dei cantieri italiani, puntando specificamente su quelli che lavoravano il legno. Ho ricevuto quasi solo porte in faccia: o non rispondevano o dicevano che non c’era posto. Ero quasi tentata di tornare in Inghilterra. Poi, nel 2023, ho deciso di aprire il mio canale Instagram, @Broja_Lab. Volevo solo raccontare quello che sapevo fare. L’intento era mostrare che, con le giuste basi, chiunque può costruirsi un kayak, una deriva o un piccolo natante in autonomia. La risposta della comunità è stata immediata e travolgente. Sono stati i follower a guidarmi: mi chiedevano consigli sui materiali, mi sottoponevano i loro problemi costruttivi. I miei primi video riguardavano la costruzione di un dinghy in legno su progetto di Ian Oughtred. Era la prima volta che costruivo qualcosa di così complesso da sola, senza supervisori, e raccontarlo è servito a ispirare molti altri”.
Oggi Broja_Lab è un’attività a tempo pieno. Come si concilia il lavoro di carpentiere con quello di content creator?
“Oggi la comunicazione è il mio vero lavoro. Molti non immaginano quanto tempo richieda produrre un video: bisogna pensare alla struttura, organizzare il set nel mio laboratorio, posizionare le macchine, curare luci e audio, e poi fare il montaggio. Faccio tutto io. Ma questo impegno mi ha permesso di attirare partner importanti, come Wurth, che supporta il mio progetto. La cosa che mi rende più orgogliosa è il pubblico: ho follower di ogni tipo, dai professionisti della manutenzione ai ragazzi che sognano la loro prima barca fai-da-te. Con quasi 70.000 follower Broja_Lab è una delle pagine social sulla costruzione nautica in legno più seguite al mondo”.
Come è nata Rodi, l’App per riscoprire la nautica “slow”?
“Nasce dall’esigenza di colmare un vuoto tecnologico per chi ama la navigazione costiera e leggera. Rodi (disponibile su app-rodi.com), è un un’applicazione che vuole essere per i diportisti quello che Park4Night è per i camperisti. Negli ultimi 40 anni, il mercato si è spostato prepotentemente verso il lusso e i grandi yacht in vetroresina. Nel mezzo, però, c’è un mondo sommerso di piccoli scafi in legno, semplici ed economici. Rodi nasce per supportare chi pratica il campeggio nautico. È uno strumento per trovare scivoli di alaggio, soste sicure, fondali adatti e servizi come laboratori di riparazione o scuole vela. L’obiettivo di Rodi è creare un hub per natanti a basso pescaggio, permettendo di navigare non solo in mare, ma anche in fiumi, laghi e lagune. Insomma l’app Rodi è un invito a riscoprire territori incantati, come la Laguna di Marano in Friuli, uno dei miei luoghi del cuore che frequento spesso con la mia famiglia. La barca ti scollega dal ritmo frenetico della terraferma, ti fa recuperare il tempo e ti permette di scoprire te stesso attraverso l’ambiente”.
Un futuro fatto di legno e digitale
Il progetto di Gaia Brojanigo dimostra che l’artigianato non è morto, ha solo cambiato pelle. Attraverso i social e le nuove tecnologie, la sapienza antica della carpenteria navale torna a essere accessibile, democratica e, soprattutto, viva. Che sia attraverso un video tutorial su come laminare un kayak o un’app per trovare il miglior posto dove calare l’ancora con una piccola deriva, il messaggio resta lo stesso: il mare è di tutti, specialmente di chi ha il coraggio di costruirsi il proprio sogno.
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