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L’apertura del nostro articolo pubblicato sul numero di maggio del 1996.
Camuffo, il cantiere più antico del mondo
Una dinastia di maestri d’ascia che per diciotto generazioni ha costruito barche nella Laguna Veneta. Nel ‘96 Barche a Motore vi raccontò la storia dei cantieri Camuffo (che oggi non esistono più) dal capostipite arabo, El-Hàm-Mufti, stazzatore della Repubblica Veneta a Creta, ai moderni yacht, dei veri e propri Stradivari del mare.
Mezzo millennio di storia è un’era. Una stagione della nostra civiltà. In un arco di tempo così ampio accadono sconvolgimenti epocali, interi popoli e nazioni si sono trasformati, hanno conosciuto la gloria e la miseria. Ma la Storia ci riserva anche eventi meno clamorosi e pur sempre straordinari. Tra questi non possiamo che registrare l’eccezionale vicenda di una famiglia, i Camuffo, maestri d’ascia da cinquecentocinquantotto anni. Proprio così. Da diciotto generazioni i Camuffo costruiscono barche e con il loro lavoro hanno contribuito a scrivere pagine non insignificanti della storia di Venezia e dunque dell’umanità. La storia comincia nel 1438, quando la Serenissima Repubblica di San Marco era all’apice della sua potenza politica ed economica, grazie ai più che fiorenti commerci marittimi. Mare e navi sono state l’arma per conquistare la floridezza; organizzazione ed efficienza, il segreto per conservarla. Venezia aveva creato lungo tutte le rotte del Mediterraneo una rete capillare di agenti e di corrispondenti commerciali.
Luigi Camuffo (1892-1975) con la sua ultima creazione, un motoryacht di 11 metri costruito nel 1963.
Base dei traffici verso l’Oriente e il mar Nero era l’isola di Creta o, come si diceva allora, Candia, eretta dai Veneziani in ducato. A Candia succedeva spesso che una nave, dopo aver subito lavori di riparazione o di restauro, dovesse venire ristazzata. La capacità della stiva influiva sui dazi e la Serenissima era assai sensibile al rispetto delle leggi fiscali ed esigeva scrupolosi controlli. Nel 1438 il perito stazzatore scelto “magister stadii” dalla Repubblica Veneta a Candia era un arabo, probabilmente un costruttore navale del luogo, data la sua esperienza, tale El-Hâm-Mufti, che i Veneziani chiamavano Camufft. Il figlio di costui rinsaldò i rapporti di lavoro con Venezia a tal punto da convertirsi al cristianesimo. Un documento del 1451 attesta la presenza a Candia di questo Petrus cristianus (quondam) Camuffi, figlio cioè del fu Camuffi.
Due anni dopo (1453) Costantinopoli cadeva in mano ai Turchi di Maometto II e molti avamposti veneziani non furono più sicuri. Così a Candia, dove ancor meno sicuri si dovevano sentire gli arabi collaborazionisti, e figuriamoci chi, come i Camuffo, avevano abiurato la loro religione. Molti di loro si rifugiarono in Laguna, soprattutto a Chioggia, e tra questi, bene accolto per la sua professione di calafado, cioè calafato, Nicolò Camuffo. Siamo nel 1470. Nel 1530 troviamo un Antonio, figlio di Gerolamo, indicato come armatore (navicularius cum navalio) e proprietario di un cantiere. In questo periodo a Chioggia troviamo persino una contrada che porta il nome dei Camuffo (contrà Camufo), testimoniandone la popolarità, ma anche la stima, l’importanza da loro assunta nella vita locale.
La famiglia prospera e si moltiplica e riesce a non disperdere il patrimonio ereditario trasmettendolo, come nella legge salica, al solo discendente maschio primogenito che si impegna, da parte sua, a continuare il mestiere di maestro d’ascia. I figli minori possono scegliere tra il rimanere come collaboratori in cantiere o andarsene, tentando la fortuna in proprio. A tutti la famiglia assicura un sostegno finanziario e morale, non di più. Sarà questo il segreto della eccezionale longevità delle fortune di questa straordinaria famiglia, sopravvissuta alla storia stessa della Repubblica Veneta e agli sconvolgimenti politici che ne seguirono. Nuovi governi e nuovi padroni si sono succeduti: Napoleone, gli imperatori d’Austria, i re d’Italia.
Marco camuffo, nato nel 1932, è l’ultimo discendente del ramo primogenito di Portogruaro. Da tutti è considerato lo Stradivari del mare. I suoi yacht, costruiti in legno, sono dei capolavori.
Fedeli a un unico padrone
I Camuffo sono sopravvissuti a tutti e a tutto. Come? Con la fedeltà a un unico padrone, il loro lavoro. Per i Camuffo costruire barche è una fede, una missione. Lo è sempre stata e lo è ancora alle soglie della cosiddetta Seconda Repubblica. Lo si avverte chiaramente parlando con Marco, l’ultimo maestro d’ascia della dinastia Camuffo. Estintasi circa vent’anni fa la linea principale di Chioggia, oggi rimane il ramo di Portogruaro. Prese vita a metà dell’Ottocento per iniziativa di Luigi, terzogenito di Fortunato. Luigi, giovane ricco di talento e di spirito imprenditoriale, volle staccarsi dal primogenito Giuseppe e seguire la vocazione che lo spingeva a iniziare un’attività in proprio.
Con l’aiuto della famiglia, in un primo tempo aprì un cantiere a Caorle, poi si sistemò definitivamente a Portogruaro, dove si mise a costruire barche da lavoro, per la pesca e per il trasporto locale, sia per mare che per acque interne. Luigi ebbe cinque figli, tre dei quali maschi. Proseguendo una tradizione che ha contribuito a salvaguardare per quasi sei secoli il patrimonio economico e professionale della famiglia, l’eredità e il lavoro di Luigi passarono al maschio primogenito Marco. Da Marco a Luigi jr. e da questi a Marco jr., attuale titolare del cantiere Camuffo di Portogruaro. Da notare il singolare particolare che tutti i maschi primogeniti sono mancini, mentre i fratelli minori sono destri. Un marchio di fabbrica genetico.
I segreti del mestiere
Il legame alla famiglia, alle sue tradizioni e alla sua storia sono del resto un qualcosa di indelebile che traspare in ogni discorso di Marco e di Giacomo, gli esponenti dell’ultima generazione dei Camuffo. Marco è l’erede del cantiere e di tutti i segreti del mestiere di maestro d’ascia che i primogeniti dei Camuffo hanno sempre svolto di persona; Giacomo, secondogenito, si occupa dell’amministrazione e della parte commerciale del cantiere; è anche il custode delle memorie della famiglia, un grande patrimonio storico e culturale che gestisce con amore. Marco lo si può trovare a qualsiasi ora del giorno in cantiere, in tenuta da lavoro, cioè artigiana. «Io non ho mai fatto un giorno di vacanza» confessa candidamente. E se lo guardi legittimamente sconcertato, prosegue: «Non perché non me lo possa permettere.
Ma perché lo trovo inutile. Il mio divertimento è tutto qui, nel lavoro. C’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Volete che perda un solo giorno, rinunciando magari a una nuova conoscenza? È un rischio che non voglio correre». L’attività di Marco è instancabile. Dalla sua magica mano mancina e dall’antica esperienza del suo occhio sono nate in vent’anni più di cento imbarcazioni, una diversa dall’altra, una migliore dell’altra. Non a caso, su un giornale tedesco, è stato definito lo Stradivari del mare. La centesima gemma è arrivata nel 1991 ed è stata iscritta sul Registro Italiano Navale (RINa) con certificato di classe “Diporto Y”.
Era il Maluan, un motoryacht di 18 metri con stazza lorda di 41 tonnellate che nelle prove di collaudo, con vento forza 4 e mare forza 3, ha superato come velocità massima 45 nodi, mentre a velocità di crociera 26 nodi, a 1700 g/min del motore (2 diesel MAN D2840 LXE), il consumo era di 138 IT/h, con un autonomia di circa 23 ore di navigazione. Dati eccellenti che basterebbero da soli a qualificare come ottima una barca. A renderla un capolavoro, uno Stradivari del mare, per l’appunto, ci ha pensato Marco Camuffo con la sua insuperabile maestria nel modellare carene. Tutte diverse, ma tutte ugualmente perfette nell’ottimizzazione funzionale del rapporto peso/potenza della barca. Fare carene è un’arte che i Camuffo si tramandano da oltre cinquecento anni, ma come hanno reagito alla rivoluzione culturale seguita all’avvento del motore? «Essere legati a una tradizione non significa essere dei conservatori. Noi ci siamo sempre rinnovati, adottando tutte le più moderne tecnologie del legno, dai primi compensati marini ai superlamellari corazzati.
Il motoryacht C60 FB. Raggiunge una velocità massima di 45 nodi. A velocità di crociera, 26 nodi a 1600 g/min, consuma 138 lt/h.
L’amore per il legno
Il primo scafo realizzato con questo materiale lo abbiamo costruito nel 1973; era anche dotato di flying bridge. L’unico punto fermo nelle nostre costruzioni è stato solo l’impiego del legno. Mio padre diceva: “Non c’è materiale migliore del legno e dei suoi derivati; ora che con l’utilizzazione del compensato possiamo tenerlo bloccato, non c’è motivo di cambiare quello che è stato da sempre il materiale per eccellenza per la costruzione di una barca”. Noti che mio padre – aggiunge Marco – è stato all’avanguardia delle tecniche costruttive del suo tempo. È stato uno dei primi in Italia a studiare la carena planante. A sei anni girava già per il cantiere, accompagnato per mano da suo nonno Luigi, il capostipite del ramo di Portogruaro. È stato lui ad iniziarlo alla professione di maestro d’ascia, seguendo l’antica tradizione dei Camuffo di Chioggia. E a 18 anni, quando è morto il nonno, nel 1910, il giovane Luigi era già in grado di costruire qualsiasi barca in uso in Laguna.
Due anni dopo fu chiamato al servizio di leva ed ebbe la fortuna di poter fare un’esperienza fondamentale per il futuro stesso del cantiere Camuffo. La Marina Militare Italiana si era convinta dell’utilità di adottare imbarcazioni a motore che, molto veloci e adeguatamente armate, potevano svolgere al meglio il compito di guardia costiera. Luigi ebbe l’opportunità di lavorare nei cantieri della “SVAN”, Società Veneziana Automobili Navali, costituitasi nel 1909, e non se la fece scappare. Nel 1914 la SVAN ottenne la commessa dei primi due Motoscafi Armati Siluranti, i famosi MAS, sigla a cui è stato poi dato il significato di Motoscafi Anti Sommergibile. Alla SVAN si fecero anche i primi passi nello studio e nella sperimentazione delle carene plananti. Luigi assorbi queste nuove esperienze e poi quando, finita la guerra, tornò a Portogruaro, proseguì gli esperimenti in cantiere, all’insegna dell’imparar sbagliando.
Cambia la produzione
E anche se la produzione dei Camuffo continuava a essere imperniata sulle tradizionali barche da lavoro, nel 1927 mio padre costruì uno dei primi cabinati a motore del Veneto omologati dal RINa. Subito dopo la seconda guerra mondiale ci fu la grande conversione della produzione del nostro cantiere. Il trasporto marittimo era in declino e ci buttammo così sulle barche da diporto. Io cominciai a lavorare proprio in questo periodo. Le mie prime barche furono dei piccoli fuoribordo e degli entrobordo a benzina, tutti a doppio fasciame, in mogano massiccio».
Marco Camuffo, nato nel 1932, è l’ultimo discendente del ramo primogenito di Portogruaro.
Barche a Motore – Come ha imparato il mestiere? Ha frequentato l’Istituto Navale? Marco Camuffo – Per frequentare, l’ho frequentato, a Venezia. Ma non posso dire di avere imparato qualcosa. Sì, forse i nomi dei tipi di barca. Ma quando si trattava di venire al pratico, al come fare una carena, dico, lì ero io che potevo dare lezioni. Mi ricordo il giorno degli esami orali per la licenza, l’imbarazzo del professore che mi doveva interrogare. Girava tra le mani la mia tesi scritta e continuava a ripetere: “Bene, figliolo, bene … .”. Sono sicuro che avrebbe voluto chiedermi spiegazioni su alcuni punti che dovevano essergli nuovi o almeno oscuri. Ma non ne aveva il coraggio. Alcuni suoi colleghi, che conoscevano mio padre, ridacchiavano divertiti.
BaM – E stato suo padre il vero maestro? M.C. – No. Mio padre non aveva grande pazienza. E soprattutto non amava riceve-re domande sciocche. Quando succedeva, ti guardava male e diceva: “Possibile che abbia a che fare sempre con gli stupidi…”.
Uno dei primi motoscafi da diporto costruiti da Marco Camuffo a Portogruaro. Si tratta di un fuoribordo del 1960 in mogano massiccio.
BaM – E allora come e quando ha imparato? M.C. – Come si fa a dire quando? Nascendo Camuffo! È un istinto atavico, una eredità genetica. In quanto al come, io ho imparato osservando il mare, il movimento dell’acqua. L’acqua ha un linguaggio, parla chiaro, come un libro. Se uno lo capisce, impara. Un Camuffo lo capisce.
BaM – Non sarà solo una questione di esperienza. Ci vorrà pure una minima base di conoscenze tecniche? M.C. – L’essenziale è conoscere il problema. Quando lo si conosce, risolverlo non è difficile. Leonardo da Vinci ha insegnato che la base del progresso scientifico è la sperimentazione, non la teoria. E a proposito dell’acqua, scriveva: Quando havvi a far con l’acqua, pria l’esperienza, poi la ragion delle cose. E io mi sono sempre regolato così. Facendo tante prove, un passo per volta. Quand’ero agli inizi ho anche sbagliato qualche barca. Ma questo mi ha permesso di migliorare, di sbagliare sempre di meno. Ora posso dire che le mie barche vanno abbastanza bene, bene o benissimo. Male, nessuna. Quando io vedo una barca – la barca di un altro, voglio dire – capisco subito che difetti ha. E questo non lo impari in nessuna scuola. A scuola ti insegnano i segreti di una barca nella vasca. Ma l’acqua della vasca non è l’acqua del mare, così mutevole, sempre diversa. La tua vasca deve essere l’occhio che guarda, che valuta. Il problema di una barca è spostare meno acqua possibile; meno acqua sposta, più è buona la barca. Per spostare meno acqua possibile bisogna che la carena sollevi la barca fino a portarla a pelo di superficie. Deve solo sfiorarla l’acqua, non tagliarla. Tutto dipende dalla carena. Il vero problema è saperle fare.
Un semicabinato del 1967 in compensato marino, motorizzato con un Volvo Penta Z-drive 105 cv.
BaM – Così lei continua a sostenere di non avere avuto maestri? M.C. – Nel nostro ambiente non ci sono maestri. Non si trovano, voglio dire, persone disposte a farti partecipe dei propri segreti di costruttore. Le conoscenze sono tutto il nostro patrimonio. Nessuno le cederebbe ad altri. Per quel che mi riguarda il discorso è diverso. Nasco Camuffo. E lo dico senza boria. Bisogna capire che il caso della nostra famiglia è unico nel mondo. Non esiste alcuna dinastia nel mondo del lavoro che possa documentare diciassette generazioni consecutive, oltre mezzo millennio di attività. È una legge biologica, credo, che una conoscenza, un’esperienza ripetuta all’infinito, entri nel patrimonio genetico e venga trasmessa ai discendenti. Lei mi chiede quando ho imparato e io le rispondo: “Prima di nascere”. Non è una battuta. È la verità. Questo poi non significa che io conosca tutti i segreti dell’arte costruttiva. Fortunatamente non passa giorno che io non impari qualcosa. È fondamentale. Vado a letto sereno, solo quando posso dire: “Anche oggi ho imparato qualcosa”. Gliel’ho detto perché io non chiudo mai il mio cantiere? Perché potrei perdere qualche esperienza importante. E una questione di vocazione. C’è chi ne ha di più e chi di meno – diceva sempre mio padre -. Non basta essere un Camuffo e aver ereditato il nostro consistente patrimonio – non mi riferisco ai soldi, naturalmente, ma alle conoscenze. Luigi Camuffo, il capostipite del ramo di Portogruaro, era il terzogenito e se fosse rimasto a Chioggia non avrebbe potuto mettere in luce il suo talento, perché avrebbe lavorato all’ombra del fratello primogenito, senza nessuna possibilità di mettersi in luce. Mi rendo conto che al giorno d’oggi una simile consuetudine ereditaria può sembrare dura, ingiusta. Ma cosa sarebbe successo se i Camuffo avessero sempre diviso il loro patrimonio fra tutti i figli? Questo sarebbe andato disperso e da tempo, forse, non esisterebbe più un cantiere Camuffo.
BaM – Invece continuate a esistere e a costruire barche che destano ammirazione in tutto il mondo. M.C. – In effetti l’ultima generazione di motoryacht che ho costruito, dal C50 (ndr: C sta per Camuffo e 50 è la lunghezza in piedi, ndr) al C60, sempre con struttura in mogano massiccio e rivestitura di superlamellare corazzato marino, praticamente eterno, fa parte della produzione che definirei “buonissima”.
Il varo, in uno dei canali di Portogruaro, dietro il cantiere, di una barca. In prima fila, con il cappello, si riconosce Luigi Camuffo, padre di Marco.
BaM – Negli ultimi anni siete stati ricoperti di onoreficenze. Giacomo Camuffo – È vero. L’UCINA ha conferito a mio fratello l’importante riconoscimento di “Pioniere della nautica” per il suo contributo all’affermazione del mondo della nautica da diporto, e abbiamo poi ricevuto entrambi dal Comune di Venezia il premio “Venezia per il mare” alla sua prima edizione, quella del 1991: un piccolo, ma gradito riconoscimento per quello che abbiamo fatto in cinque secoli di attività Marco e Giacomo sono gli ultimi discendenti della famiglia Camuffo. Non ce ne saranno altri. Nessuno dei due ha discendenti. Con loro, dopo cinquecentocinquantotto anni, si estinguerà la dinastia dei Camuffo. Il nome no. Quello rimarrà per sempre nella Storia, la storia grande, quella con la esse maiuscola, la storia del lavoro, dell’impegno e della civiltà.
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3 commenti su “L’epopea dei Camuffo, maestri d’ascia per diciotto generazioni”
Gente Italica di cui andare fieri!
Ottimo cantiere, navigo Camuffo da 45 anni con ANDRE .
una sola giusta correzione: il premio “Venezia per il Mare” non è assegnato dal Comune ma dalla Assonautica di Venezia.