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Benvenuti nella sezione speciale “BAM 35 Anni”. Vi stiamo presentando gli articoli “cult” tratti dall’archivio di Barche a Motore, a partire dal 1990. Un viaggio nel tempo tra storie introvabili oggi, anche nel grande mare di internet! Un tuffo nel mondo dei momenti epici della nautica a motore. Ecco una delle storie che ci ha appassionato di più.
Il gusto degli altri
Da Barche a Motore 2005, n. 11, aprile, pag. 84-88.
Nella progettazione di oggetti in movimento, le barche occupano un posto speciale per Carlo Galeazzi. Soprattutto quelle di serie.
Concept generale della barca, linee esterne e architettura d’interni. Ecco come sintetizzare in tre righe un lavoro complesso. Per Carlo Galeazzi svolgere tutte o solo parte di queste attività dipende dal cantiere. Se per Azimut e Atlantis si occupa solo dell’architettura d’interni, per i Cantieri di Baia e per Rizzardi (la collaborazione più recente), Galeazzi interviene anche in altri aspetti. Portano la sua firma il concept e le linee esterne dell’Atlantica 78 e dell’Aqua 54, realizzati in collaborazione con l’ufficio tecnico del cantiere Baia, e quelli del Technema 95 di Rizzardi (i modelli precedenti sono dello Studio Zuccon), O ancora, nell’Atlantis 55Carlo Galeazzi cura anche l’allestimento del pozzetto e suggerisce l’idea dell’hard top in cristallo, elemento caratterizzante della barca. Non esiste una regola fissa.
Dipende dal cantiere e dagli accordi. “Ormai la barca è un oggetto così complesso. che sono necessarie varie competenze. Non potendo essere sempre in cantiere, è fondamentale il rapporto con l’ufficio tecnico. Realizziamo l’architettura di interni, non il decor, lavoriamo con il computer. Il rendering è uno strumento di lavoro, non l’elemento di verifica finale. Lo discutiamo con il cantiere e, se va bene, passiamo all’esecutivo. Quando progettiamo gli esterni, eseguiamo prima un preliminare tridimensionale da sottoporre al cliente; se l’impostazione è corretta, sviluppiamo il definitivo completo con le modifiche richieste (il tridimensionale è poco duttile)”.
Dall’alto a sinistra in senso orario: il Technema 95 (2004); l’Aqva 54 (2000); gli interni dell’Azimut 75 (2004) e dell’Atlantica 78 (2003).
Gli albori della carriera
“Mentre stavo finendo gli studi, mi sono fatto le ossa allo Studio Zuccon, dove ho lavorato dal 1979 al 1987. Eravamo in tre, con Paola Galeazzi, mia cugina e oggi moglie di Zuccon. Tutti e tre architetti, laureati a Roma”. Casualità, sia per quanto riguarda il lavoro da Zuccon che per la progettazione delle barche. “A tutto pensavo meno che a questo settore. Se tornassi indietro, lo rifarei”. Nel 1987 la libera professione, “una scelta obbligata per un professionista. Volevo volare con le mie ali, anche se nel 1984 avevo già realizzato i primi progetti da indipendente, la serie Ipanema dei Cantieri Navali del Golfo di Gaeta“.
Interni ed esterni
“Allo Studio Zuccon mi occupavo soprattutto di esterni, poi sono stato chiamato da Baia per realizzare gli interni. Da allora, questo filone si è sviluppato maggiormente, anche se, piano piano, sia con Baia che con Rizzardi siamo ritornati a occuparci anche di esterni. Entrambi danno soddisfazione. Senza dubbio, quando il progetto è globale, c’è una coerenza maggiore. Devo dire che per le barche Azimut si è instaurato un rapporto molto chiaro con Righini e si lavora bene: pur con due progettisti il risultato è un prodotto coerente. Non ci sono gelosie: lui è responsabile del concept generale e degli esterni, io realizzo gli interni. La mole di lavoro non è indifferente e una persona sola non basterebbe”. Oggi in studio lavorano sette architetti e la sede è diventata piccola. Galeazzi non vuole lavorare con troppi cantieri nella nautica, non devono essere strutture direttamente in concorrenza, o che realizzino prodotti simili. “Se acquisiremo altri cantieri, non saranno in contrasto con i clienti attuali. Siamo stati contattati da un’azienda che lavora solo negli Stati Uniti, con prodotti non adatti al mercato europeo. Guardiamo con interesse oltreoceano, ma è prematuro parlarne. Vorremmo ampliare il discorso al di fuori della nautica, sempre nel campo dei trasporti, degli oggetti in movimento; abbiamo avuto alcune esperienze con i tram. Nella nautica si fa poca ricerca: le tendenze e le tecnologie possono essere prese più facilmente da altri settori, come quello automobilistico, edile e aeronautico, dove si progredisce più in fretta. Lavorando in altri campi, possiamo conoscere e anticipare le tendenze che, prima o poi, arrivano anche nella nautica”.
La cabina Vip dell’Azimut 105.
Innovazione continua
“Lavorando con un cantiere come Azimut si possono seguire le tendenze, essere innovativi o addirittura Azimut può ormai imporsi e fare tendenza, secondo me. L’Azimut 75 rappresenta un salto, qualcosa di diverso e di nuovo, il punto di partenza per una nuova strada. Sulle imbarcazioni piccole l’evoluzione è continua: la barca piccola, rispetto alla grande, invecchia più in fretta e quindi possiamo osare di più. Il rinnovamento è costante e la gamma viene sostituita molto più in fretta. Non c’è cosa peggiore del lavoro che vive di rendita, fare sempre le stesse cose. Non serve un professionista per questo. Quando si intravede innovazione, si lavora con maggiore motivazione, perché il rischio che si corre sempre in questa professione è la noia”. Da quando Galeazzi ha iniziato a lavorare nel 1979, “i motoryacht non sono cambiati sostanzialmente nella loro struttura principale, sono state modificate le linee, i dettagli, si è lavorato molto di più sui particolari, sull’aggiornamento delle linee esterne alle nuove tendenze estetiche, ma il rapporto all’interno della barca fra le parti non è mutato. E forse sarebbe ora. L’unica eccezione è rappresentata dal mercato degli open, dove qualcosa sta cambiando. Nelle auto la tipologia del prodotto si è evoluta, basta pensare all’avvento delle monovolume di diversa dimensione, l’offerta è aumentata e non si vedono solo le berline. Ho la sensazione che ci sia ancora tanto da fare. Forse questa situazione nella nautica è dovuta proprio alla mancanza di ricerca”.
Il fascino della serie
Nel corso degli anni gli interlocutori di Carlo Galeazzi non sono stati solo i cantieri, ma anche gli armatori privati. “Preferisco lavorare con il cantiere, in una situazione dove le parti parlano la stessa lingua. Con loro c’è più spazio, non si lavora più a un vestito su misura per una singola persona. Il cliente potenziale diventa un ‘unità astratta e devo impegnarmi molto per capire il gusto di più persone, mediare fra il mio sentire e quello comune che si deve intuire. È più stimolante. Con gli armatori privati, invece, è importante il rapporto personale. Se non si crea un feeling molto forte, il prodotto ne risente. Nelle barche grandi l’intervento dell’armatore è sempre evidente. Forse con la serie è più difficile, ma è quello che credo di saper fare meglio. Inoltre, c’è una maggiore attenzione all’industrializzazione e alle tecnologie e il prodotto cresce meglio”.
La camera armatoriale dell’Atlantica 78 (2003).
Non solo estetica
“In una barca l’estetica nasce da un discorso funzionale. Sono d’accordo con Stefano Righini, la barca nasce dall’interno. A volte mi capita di vedere imbarcazioni in cui, per motivi estetici, ci sono finestrature dove non servono e posti dove invece mancano, quando sarebbero utili. È solo un esempio, ma per me è inconcepibile. Nell’Atlantica 78 sono stati importanti gli aspetti tecnologici, come i portelloni di poppa che hanno determinato una forma”. Oggi la competenza e la maturità raggiunte, portano il potenziale armatore a soppesare con cura un’ampia rosa di elementi. “L’armatore guarda a un mix di elementi, più che a estetica e velocità. Cerca anche sicurezza del prodotto e si rivolge ai cantieri in grado di darne. Ho la sensazione che ci sia sempre meno spazio. Prima esistevano tanti piccoli cantieri e c’erano possibilità per tutti, anche il piccolo poteva dire qualcosa. Oggi sembra che solo i grandi cantieri possano esprimere prodotti nuovi con contenuto tecnologico e di design superiori”.
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