Come fare 800 miglia in Atlantico con un Dellapasqua di 11 metri

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In oceano con un fisherman italiano per 800 miglia? Si può fare, come testimonia l’avventura di due pescatori italiani, Luca Da Pozzo e Dino Lendano che nel 2011 si sono spinti fino a Boa Vista, nell’arcipelago di Capo Verde partendo da Las Palmas, nelle Canarie.

A spingerli ci hanno pensato due motori FPT da 280 cv, montati su Elias II, un DC10 Fisherman appena sfornato dai cantieri Dellapasqua, che ha una lunghezza fuoritutto di 11,30 metri. Salpati il 23 ottobre dopo aver fatto rifornimento a Puerto Rico, a poche miglia da Las Palmas, nell’isola di Gran Canaria, i due sono approdati a Boa Vista: ci sono voluti 4 giorni di navigazione e 800 miglia di Atlantico. Sia Dino, 61 anni, apicoltore e consulente aziendale che Luca, trentanovenne skipper professionista specializzato in pesca d’altura da 12 anni nell’arcipelago africano, sono cresciuti tra le montagne del Friuli, ma l’amore per il mare e per la pesca li hanno condotti lontano da casa.

Storia di mare: con un Dellapasqua in Atlantico

L’impresa nasce da motivazioni che esulano dal puro romanticismo e dalla voglia di confrontarsi con la forza della natura, ma non per questo vale di meno: “Volevamo trasferire il DC10 a Capo Verde entrando via mare per evitare diversi mesi di sosta in zona franca, in attesa delle risoluzioni d’ufficio – spiega Luca – quindi lo scopo della nostra avventura era di carattere burocratico più che sportivo”. Inoltre, quale migliore occasione per festeggiare il 45° anniversario del DC10, uno dei modelli più longevi prodotti dal cantiere ravennate.

“Abbiamo a bordo una bottiglia di whisky mezza piena. La prima metà ce la siamo scolata io e Dino all’arrivo a Capo Verde, per l’altra parte attendiamo la visita di Giancarlo Dellapasqua (il titolare del cantiere, ndr). La bottiglia è diventata il simbolo della nostra impresa: l’abbiamo portata a bordo alla partenza perché qualora fossimo rimasti senza gasolio in mezzo al mare, avremmo potuto consolarci con l’alcol”.

Luca e Dino hanno mollato gli ormeggi, alle due del pomeriggio del 23 ottobre, con 2630 litri di gasolio, distribuito tra serbatoio, taniche e bidoni in pozzetto: “Costava meno di 1 euro al litro, ma non è stato certo per quello che ne abbiamo fatto incetta!”, scherza Da Pozzo. Se si vuole navigare per più di 800 miglia in oceano, dove l’imprevisto è sempre in agguato, si tratti di mare grosso, vento o incontri ravvicinati con capodogli e altri giganti marini, è bene essere attrezzati al meglio.

La finestra meteo, comunque, invogliava alla partenza: “Le previsioni davano venti da poppa per i primi tre giorni, poi variabili, ma deboli: le condizioni erano favorevoli”.

La barca, nuova di zecca, consegnata in loco direttamente da Ravenna il 21 ottobre e preparata in due giorni con Gps, radio, ecoscandaglio e cambusa adeguata (tanta frutta, ingredienti per ricche insalate, pane e scatolette: il moto ondoso in Atlantico non ti consente di fare il Gualtiero Marchesi dei mari) è pronta a mettersi in viaggio.

Appena lasciata Gran Canaria, il DC10, appesantito dalla grande quantità di gasolio imbarcata, fa un po’ di fatica, nonostante il mare calmo: “Scaricando immediatamente tutta l’acqua dal serbatoio, forti del nostro dissalatore di bordo, e spostando 200 litri di carburante in taniche nel gavone di prua, abbiamo migliorato l’assetto risparmiando un bel po’ di gasolio”.

Tenendo il motore a 1000 giri lo scafo avanza a una velocità di 6 nodi e mezzo, con un consumo stimato di 2200 litri. Ma non si sarà ballato un po’ troppo? “Non abbiamo sofferto il mal di mare – spiega Luca – avevamo le onde da dietro, tutt’al più abbiamo provato un po’ di fastidio per l’odore dei fumi di scarico: quando hai il vento in poppa, tendono a fermarsi in plancia”. La navigazione procede tranquilla: il secondo giorno un marlin di 200 chili spezza le lenze che i due, pescatori inside, hanno provveduto a buttare in acqua. I consumi si aggirano intorno ai 2 litri per miglio e, il 25 ottobre, verso mezzogiorno, Dino e Luca superano il cosiddetto punto di non ritorno, cioè il punto nave da cui tornare indietro non è più conveniente:

“Lo abbiamo fissato poco dopo la partenza, perché va stimato tenendo conto delle condizioni del mare, del vento e delle correnti riscontrate sul campo. A livello psicologico, è una meta importante perché da quel punto in poi l’ignoto è più conveniente del conosciuto. Il clou della nostra avventura è iniziato proprio lì: cambiano i pensieri, un incidente di bordo di tipo fisico può essere fonte di gravi problemi, ad esempio. Perciò è bene aggiornare la cassetta del pronto soccorso, sostituendo la crema per il sole con antidolorifici, le pillole dietetiche con ago e filo da sutura e via dicendo. Da lì in poi si cambia regime”.

In effetti, il bello deve ancora arrivare: passano poche ore ed ecco comparire due balenottere e uno squalo balena che affianca lo scafo: “È stato impressionante averlo a tre metri di distanza: era lungo almeno 11 metri, come il DC10!”. La voglia di toccare terra incomincia a farsi sentire, assieme alla stanchezza. Dino scrive sul diario di bordo: “Mi sembra di aver sentito cantare una quaglia a prua…spero si tratti solo di un cigolìo e non di un’allucinazione!”. Il giorno successivo, 26 ottobre, il mare peggiora, con onde che arrivano a toccare i 3-4 metri d’altezza ma, racconta Luca, “lo scafo di Elias II ha una carena a ‘V’ pronunciata che consente di viaggiare a velocità di crociera anche con mare agitato.

Siccome nei serbatoi c’era più gasolio del previsto ci siamo concessi il lusso di passare a 2000 giri, accelerando fino a 18 nodi”. Ma durante la notte, dopo essersi goduti un tramonto in puro stile africano, si torna al caro vecchio dislocamento, perché nel buio più totale c’è sempre il pericolo di cozzare contro qualche relitto o, peggio, contro qualche oggetto animato e “incazzato”.

Alle 9 del mattino ecco apparire Senghor, una sorta di “panettone” vulcanico che sale ripido dal fondo dell’oceano fino a 80 metri d’altezza: “Oltre a essere un posto magnifico – spiega Da Pozzo – Senghor è teatro di racconti di pesca leggendari. Decidiamo di fermarci, è un’occasione unica. Vuotiamo nel serbatoio l’ultimo bidone e tutte le taniche di gasolio, tranne quelle a prua: i consumi sono stati inferiori al previsto di circa il 15%, quindi ci siamo potuti permettere una sosta. Per recuperare sulla tabella di marcia sarebbe bastato procedere a tutta birra nell’arco delle restanti 100 miglia che ci separavano da Boa Vista”.

A Senghor il bottino è modesto, “solo” un wahoo da 15 chili, niente marlin. Ma a inquietare Dino e Luca, inducendoli a tirare le canne in barca anzitempo è la presenza di un peschereccio alla deriva: “Non aveva attrezzatura da pesca né in acqua né a bordo, non batteva alcuna bandiera, e sopra c’erano 4-5 persone che ci scrutavano minacciosamente. Ci è venuto in mente un episodio capitato proprio un mese prima nel nord dell’isola di Santiago (l’isola più grande di Capo Verde, ndr): un vecchio pescatore aveva trovato due casse portate dal mare contenenti sacchetti di polvere bianca.

Convinto che si trattasse di vernice ha dipinto la sua barchetta. Un poliziotto del paese si è insospettito e ha voluto controllare, in effetti era cocaina. Il sequestro ha presentato qualche problema perché il pescatore non voleva consegnare la sua polvere: aveva promesso di verniciare anche la barca di un amico. Nella notte la stazione di polizia è stata assalita da uomini armati e le casse hanno cambiato proprietario. Era meglio levare le tende”.

Elias II procede sparato verso Boa Vista: ogni volta che la prua sbatte sull’onda schizzano fuori dall’acqua diversi pesci volanti. “Luca mi ha raccontato di aver evitato per un pelo un pesce diretto verso il suo viso – ora a parlare è Dino. Con tutti i rischi che ho valutato in questo viaggio, non ho mai immaginato che un pesce volante potesse abbattere un timoniere con uno scontro frontale a 60 km orari a 4 metri dalla superficie!”. Ore 13.30 del 27 febbraio: i due friulani fanno il loro ingresso nel porto di Boa Vista, con 10 ore di anticipo sulla tabella di marcia. Nei serbatoi galleggiano ancora 600 litri di carburante, ne hanno consumati poco più di 2000 dosando sapientemente il gas. Una bella storia di mare, di quelle da raccontare ai nipoti: l’Oceano? Non è solo roba da velisti.

Considerando il barile di petrolio, che è di 42 galloni, cioè 159 litri, i due FPT da 280 cv hanno “bevuto” quasi 13 barili di gasolio, sui 16 imbarcati sia nei serbatoi che nelle varie taniche.

 

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