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La nautica non è fatta di sole barche nuove e, alle volte, è a guardare nel passato che si scoprono i veri fuoriclasse, i precursori. Uno di questi casi viene da un cantiere oltreoceano, Derecktor Shipyards, negli USA, su progetto di uno studio, invece, del vecchio continente, Mulder Design. Era il 1991 e, in anticipo sui suoi tempi, nasceva un one-off fuori dal coro, il Dillinger (P466), un 22.65 metri di kevlar e carbonio capace di volare a 50 kn.
Dillinger – P466
Oggi Classic Boat, nel 1991 il Dillinger era un piccolo capolavoro, un prodigio capace di performance eccezionali a comfort da crociera. Non sorprenderà il dettaglio quindi: vinse subito il Superyacht Society Design Award nella categoria per yacht a motore tra i 15 e i 30 metri. La combinazione di velocità e maneggevolezza, unita agli interni dedicati alla crociera, ne fece infatti un benchmark per la produzione di grandi sport-yacht, dando il via ad un trend tutt’oggi in voga.
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Dillinger P466
Dillinger – Progetto
Come si otteneva uno sport cruiser d’eccezione ai primi anni ‘90? Un 23 metri capace di volare a 50 nodi, senza però sacrificare comfort e stile? Nulla di semplice, ma non di impossibile. Il segreto del Dillinger, infatti, stava nelle basi su cui si fondava tutto il suo design, la carena. Sviluppata dopo estensivi studi, condotti anche in vasca, per capire al meglio la tipologia di forma da dare alla V profonda, il Dillinger è infatti strutturato per offrire le minori resistenze ad alta velocità, riducendo, in contemporanea, il classico hull-drag (attrito di carena) tipico delle V-Profonde prismatiche. Parte integrante del risultato è da trovarsi, però, in un’alta rigidità di forma, appaiata a materiali compositi ultraleggeri, necessari al bilanciamento migliore dei pesi.
Dillinger P466
Lo scafo venne così realizzato in un sandwich di fibra di carbonio e fibra di kevlar con cuore in balsa. La fibra in carbonio era così pre-impregnata in epoxy per essere applicata alla struttura principale, poi messa sotto vuoto a 250 gradi fahrenheit per 8 ore, ottenendo così un indurimento controllato e omogeneo di tutte le parti, fondamentale per evitare rischi di delaminazioni o cedimenti. A spingere il tutto, poi, entrava in gioco una coppia di motori MTU V12 TB93 (12V396) da ben 1440 kW l’uno, ovvero 1960 cavalli per motore, per una potenza complessiva pari a 3920 cavalli a 2100 giri al minuto… Potenza sufficiente a lanciare questo piccolo prodigio fino a 50 nodi, con autonomie superiori anche alle 600 miglia nautiche a regimi di 40 nodi… numeri tanto più impressionanti vista l’epoca e i comfort di bordo.
Vista l’attenzione alla performance, neanche a dirlo, il Dillinger aveva un aspetto decisamente sportivo fin dal primo colpo d’occhio: prua a slancio profondo, sezione prodiera allungata, rigorosamente flush, e struttura cabin proiettata a poppa, a bilanciare ogni peso, visivo e non. In termini di abitabilità e comfort, però, il progetto non è assolutamente da sottovalutare. Ogni linea segue funzioni precise, offrendo un equilibrio sia aerodinamico che ergonomico, dando vita a spazi esterni protetti e comunque accoglienti, come il fly e il pozzetto, mantenendo, al contempo, interni voluminosi, con un ampio salone con area pasti al ponte principale, affacciati sulla cucina al ponte inferiore appena sotto, con il cruscotto a sovrastare, illuminandone gli spazi e ampliandone i volumi. Sottocoperta, poi, tre grandi cabine matrimoniali, complete di ogni comfort perché nulla potesse mancare agli ospiti di bordo.
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