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Gas serra, la nautica da diporto ne emette meno dello 0,001% del totale

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Barche a motore inquinamento

Partiamo da un presupposto: in termini di impatto globale possiamo già ritenere il diporto nautico un’attività più che sostenibile. Il peso assoluto in termini di inquinamento delle nostre barche è davvero poca cosa. Ad esempio quanto gas serra è stato emesso nel 2014? Come riportano vari enti ed associazioni, ad esempio l’IPCC, l’Epa e Sybass*, sono 9,86 miliardi le tonnellate totali di gas serra immessi nell’atmosfera (principalmente anidride carbonica -CO2– e ossidi di azoto -NOx– più o meno in rapporto di 10 a 1 tra loro).

Il ruolo della nautica da diporto? Meno dello 0,001%

E su questi quasi 10 miliardi che ruolo hanno i trasporti? La cifra si aggira intorno al 14% delle emissioni di gas serra. E all’interno di questo settore a sporcare di più ci pensano, in ordine, lo shipping (il trasporto merce via nave), l’aviazione e le auto, che insieme superano il 99,3%. Il restante 0,6 è finalmente responsabilità del diporto. Insomma, non siamo noi i colpevoli del cambiamento climatico perché emettiamo lo 0,00084 % di quei 10 miliardi.

In ogni caso molto si può fare, ma soprattutto molto è già stato fatto. Oggi una barca è molto meno impattante della stessa barca di 10 anni fa. E a guidare la ricerca è stata più che la voglia di essere rispettosi per l’ambiente, la voglia di spendere meno. In altri termini, essere più sostenibili è una scelta vantaggiosa da tutti i punti di vista: si inquina meno perché si consuma meno e quindi si spende di meno.

«Una barca prodotta oggi consuma il 25, 30% di meno rispetto all’equivalente barca del 2000», illustra Giovanna Vitelli, vice presidente del gruppo Azimut Benetti. Come si è arrivati a questi risultati? Banalmente con la ricerca. I cantieri hanno ascoltato il mercato che, anche complice la crisi del 2008, desiderava barche che fossero meno avide di combustibile piuttosto che veloci. Il lavoro è stato svolto da progettisti e costruttori è stato quindi finalizzato a «migliorare le linee d’acqua per renderle più efficienti e migliorare la leggerezza costruttiva, per avere barche che hanno meno bisogno di potenza per ottenere le stesse prestazioni, fermo restando che oggi la velocità estrema non è più sentita come qualcosa di desiderabile in assoluto», spiega la manager piemontese.

In altri termini significa che la velocità di punta non è più la prima cifra che si legge per scegliere una barca, ma che oggi non si è obbligati ad andare piano per consumare meno. Quindi anche sulle barche di serie sono cominciati ad apparire elementi in carbonio, specialmente per la sovrastruttura e per i rinforzi: tutte soluzioni che tolgono peso a favore dell’efficienza. Grazie a linee di carena, costruzione e motori si può navigare consumando davvero poco, oppure andare forte consumando molto meno di una volta.

«Anche senza aspettare l’arrivo delle nuove carene che riescono a consumare il 40% di meno, ma sono più larghe e quindi hanno bisogno di posti barca ripensati, già oggi abbiamo oltre ai motori anche i generatori molto più efficienti e la riduzione dei consumi quando non si viaggia è un altro degli aspetti su cui si è cresciuti molto da questo punto di vista», ricorda Luca Bassani, creatore di Wally e grande visionario in termini di evoluzione del mondo dello yachting a vela e a motore. Ma non solo, anche in termini di efficienza climatica.

Ricerca per la sostenibilità, ma cosa significa?

Gli yacht Arcadia, per citare forse il più emblematico per quanto riguarda questo aspetto di sostenibilità, hanno le aperture luminose realizzate con vetrocamere riempite di kripton anziché d’aria e così la temperatura interna è di otto gradi più bassa rispetto a quella esterna. E volutamente qui non abbiamo affrontato il discorso catamarani che sarà uno dei temi caldi del prossimo numero di Barche a Motore in edicola. I due scafi sono imbarcazioni molto più efficienti e quindi a basso consumo, almeno negli spostamenti. Di sicuro il prossimo passo per una nautica ancora più sostenibile riguarderà i materiali di costruzione, ma solo per quanto riguarda la vetroresina, perché le barche in metallo sono quasi già riciclabili al 90%. In ogni caso oggi si naviga alla stessa velocità con motori più piccoli e di potenze inferiori, con minori consumi a parità di potenza e con minor necessità di energia quando si utilizzano le utenze di bordo. Per avere una nautica a impatto zero ancora ce ne vuole, ma il cammino iniziato è nella direzione giusta.

*IPCC: Organismo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici sotto egida Onu

*EPA: Agenzia Statunitense di Protezione dell’Ambiente

*SYBASS: Associazione dei Costruttori di Superyacht

 

Quel “mostro” di 30 metri che naviga senza consumare una goccia di carburante

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