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Nata nel 1994 dall’ispirazione di Bruno Veronese, l’associazione ligure custodisce il sapere dei maestri d’ascia e dei calafati. Dalla sede di Genova all’atelier forestale di Garbarino, ecco come si restaurano gozzi e altri natanti tradizionali e si insegna la marineria ai giovani, tra progetti Erasmus e la riscoperta della rovericoltura.
Per chi ama il mare, la barca non è mai un semplice mezzo di trasporto, né un guscio di vetroresina stampato in serie. È un organismo vivo. Chi naviga a motore o sperimenta il silenzio della vela conosce il valore profondo delle linee d’acqua, la stabilità di una carena e il fascino intramontabile delle imbarcazioni classiche. Eppure, esiste un legame ancora più ancestrale che unisce lo scafo alla terraferma, un filo invisibile che parte dal cuore delle foreste e arriva fino alle banchine dei porti.
In Liguria, questo legame non è solo un ricordo sbiadito nei libri di storia, ma una realtà pulsante. A custodirla e tramandarla è l’associazione “Storie di Barche”, una realtà che da oltre trent’anni si dedica alla salvaguardia delle imbarcazioni in legno e dei vecchi mestieri legati alla marineria tradizionale. Una scuola di carpenteria navale e di vita che, paradossalmente, ha trovato uno dei suoi cuori pulsanti proprio tra i boschi dell’entroterra ligure, là dove un tempo i boscaioli selezionavano i tronchi destinati ai cantieri della costa.
Le origini nel garage di casa e l’eredità di “Capitano Black”
L’associazione viene fondata nel 1994, muovendo i suoi primi passi in un contesto quasi intimo, per poi trasformarsi in un punto di riferimento culturale e formativo a livello nazionale e internazionale. “L’associazione è nata nel garage di casa mia, un piccolo spazio di lavoro e condivisione – racconta Roberto Guzzardi – presidente dell’associazione – è frutto delle suggestioni di un maestro dell’arte navale come Bruno Veronese, alias “Capitano Black”, progettista geniale e divulgatore nautico che ha contribuito alla diffusione dello yachting nel nostro Paese. Soprattutto uno yachting a misura d’uomo, elegante, marino, ma soprattutto pratico e funzionale. Passavo intere serate ad ascoltare i suoi racconti di mare o i suoi concetti sul design navale, come a leggere i suoi libri e i tantissimi articoli pubblicati su riviste specializzate italiane e straniere”.
Fin dalle sue origini, l’obiettivo è stato chiaro: non permettere che figure fondamentali come il maestro d’ascia, il calafato, il cordaio o il velaio svanissero nel nulla, portando con sé un patrimonio di competenze tecniche e manuali inestimabile.
Il declino della nautica popolare e la perdita della manualità
A dispetto della nostra millenaria storia marinara e di una nautica made in Italy che è comunque una delle migliori al mondo, la cultura della carpenteria in Italia è un settore che resta quasi del tutto invisibile e sconosciuto. In altri Paesi europei come la Francia, l’Olanda, l’Inghilterra o il Portogallo esistono scuole, corsi di formazione, raduni di appassionati che contano migliaia di persone.
Da noi invece il maestro d’ascia è una figura che sta scomparendo. Guzzardi individua con precisione il momento in cui questo patrimonio ha rischiato di spezzarsi: “Il declino della carpenteria in realtà è cominciato quando è scomparsa la nautica popolare, quella fatta di piccole e medie barche, quasi sempre in legno, che in tanti utilizzavano per la pesca, le uscite costiere, il piccolo cabotaggio. Da ragazzo ricordo che le nostre spiagge in Liguria erano senza stabilimenti balneari, ma piene di questi natanti. Possedere una barca era importante per una famiglia, rappresentava la fuga dal chiasso, la possibilità di vivere il mare, fare gite e passare giornate diverse con i figli, anche avventurose. Ogni barca aveva il suo nome, spesso legato proprio alla famiglia che la possedeva. C’erano tante gare amatoriali di voga, ci si sfidava in allegria. Quelle barche gli armatori le curavano, le gestivano, facevano la manutenzione o i piccoli lavori oppure le portavano in tanti cantierini e rimessaggi sparsi lungo il territorio. Il lavoro manuale faceva parte della cultura popolare e si riversava in modo naturale anche nella nautica”.
La modernità e il modello della barca “usa e getta”
Un panorama antropologico e culturale che oggi resiste solo in rare eccezioni: “Ancora oggi si può respirare questa cultura della barca solo in determinate zone da sempre legate all’acqua, come la Laguna di Venezia o il Delta del Po, dove i piccoli mezzi navali sono adibiti al trasporto di merci e persone, rimangono cioè oggetti vitali. Per il resto è tutto cambiato e la barca è ormai a livello diffuso un prodotto “usa e getta”, proprio come tanti altri oggetti comuni che infestano il mercato. Chi può la compra, magari ci si affeziona pure, ma non esiste più quel legame viscerale e profondo che c’era prima. Prima devi trovare il posto barca, sempre molto caro, poi la barca. Le nuove generazioni poi sono distratte dalla tecnologia, dai social, ne subiscono ritmi frenetici e approccio totalizzante. Difficilmente oggi si appassionano alle cose, le rispettano e le considerano parte integrante della propria vita”.
Le collaborazioni istituzionali e il Museo del Mare
Proprio per rispondere a questa crisi d’identità del settore, l’associazione ha strutturato la propria missione, partendo da radici profonde: “Siamo nati con l’obiettivo di aiutare chi alle barche ci tiene ancora, magari quelle ereditate dai nonni, oppure recuperate con la voglia di conservarle, dargli nuova vita, ma non ha tempo o le conoscenze tecniche o lo spazio adatto per fare i lavori. Noi a questi armatori, sia adulti che giovani, diamo consigli, li affianchiamo nei progetti, forniamo assistenza, organizziamo corsi di formazione per imparare l’arte carpentiera e poi essere autonomi nella manutenzione, nelle modifiche, nei restauri”.
Oggi quest’attività di salvaguardia si traduce in progetti ambiziosi e collaborazioni stabili con le principali istituzioni del territorio. Tra queste spicca il legame con il MuMa – Museo del Mare di Genova. All’interno del museo è possibile ammirare un gozzo in legno, interamente costruito dall’associazione nel 2006 utilizzando i legnami delle foreste liguri, insieme a due imponenti remi monoblocco per galea, lunghi ben 12 metri e realizzati in un pezzo unico. Segni tangibili di una maestria che continua a vivere e a dialogare con il pubblico.
“Una barca nel bosco”: l’atelier forestale della Val Trebbia
Il legame ancestrale tra l’albero e lo scafo prende forma per esempio nel progetto “Una barca nel bosco”. L’associazione ha infatti stabilito una sede forestale a Garbarino, una piccola frazione del comune di Rovegno, incastonata nella splendida cornice della Val Trebbia. In questo borgo isolato e suggestivo, lontano dal rumore della costa ma intimamente connesso ad essa, si sviluppa un’attività pensata per un’utenza vasta, dagli studenti agli appassionati di ecologia e tradizione.
“I partecipanti vengono coinvolti in laboratori pratici dedicati all’apprendimento delle tecniche necessarie per restaurare gozzi e lance in legno – racconta ancora Guzzardi – sotto l’ombra dei noccioli e all’interno di apposite tensostrutture, si impara a usare gli attrezzi storici del maestro d’ascia e del calafato. Il rapporto con la materia prima è diretto e manuale: si realizzano remi, pialletti in legno, modelli in scala e corde in fibra vegetale. Un dettaglio significativo? I manufatti realizzati rimangono ai partecipanti come ricordo tangibile della loro esperienza”.
Il progetto tocca poi l’eccellenza della memoria storica forestale: la rovericoltura. “Si tratta di un’antica pratica colturale del XVIII secolo, ormai scomparsa dall’Appennino ligure-piemontese – spiega il presidente – che consisteva nel piantumare giovani querce (qualità farnia) e sagomarne la crescita nel corso degli anni utilizzando pesi e funi, al fine di ottenere i cosiddetti “storti”, i legni curvi indispensabili per le ordinate e le strutture portanti degli scafi – spiega Guzzardi – grazie alle piantine fornite dal Centro Nazionale Carabinieri Biodiversità di Pieve Santo Stefano, questa tecnica è stata ripristinata nei campi di Garbarino a scopo didattico e dimostrativo, creando un paesaggio culturale unico ed evocativo”.
Il progetto vanta collaborazioni di rilievo, come quella con la Fondazione Comunità dei Monti ETS – che si occupa della manutenzione dei sentieri e dell’approvvigionamento dei legnami idonei alla carpenteria – e con la Cooperativa di Comunità Val Pentemina, a cui l’associazione fornisce manufatti in legno di castagno destinati agli allestimenti della Libreria di Montagna e dell’Antico Casone, punto tappa in Val Brevenna.
Il “Cantiere del Mare”: restauro, voga e navigazione tradizionale
Parallelamente alle attività montane, il progetto “Cantiere del Mare” rappresenta l’anima più squisitamente costiera e formativa dell’associazione, focalizzata sulla fragilità dei natanti storici in legno e sulla necessità di proteggere il patrimonio nautico ligure. “Gli incontri, strutturati sia per adulti sia per ragazzi, non si limitano alla teoria o al restauro statico in cantiere con l’uso di utensili tradizionali – dice Guzzardi – il percorso formativo si completa in acqua: i partecipanti hanno l’opportunità di mettere in mare le imbarcazioni d’epoca dell’associazione per apprendere l’arte della voga e i segreti della navigazione con vela latina e aurica, testando sul campo l’efficacia dei manufatti da loro stessi restaurati o realizzati”.
Questo progetto d’eccellenza gode di un network di supporto scientifico e istituzionale di altissimo livello, che comprende il Dipartimento Architettura e Design dell’Università di Genova, il Comune della città ligure, la Fiv, il Museo del Mare.
Il Nautico San Giorgio e i progetti Erasmus
La formazione dell’associazione guarda concretamente al futuro e alle nuove generazioni: nell’aprile del 2025, l’associazione ha siglato una convenzione triennale con lo storico Istituto Nautico San Giorgio di Genova. I ragazzi delle sezioni “Costruttori Navali” partecipano attivamente ai laboratori, lavorando direttamente sul restauro delle imbarcazioni storiche del sodalizio. L’orizzonte è internazionale, come dimostra il progetto Erasmus che vede impegnato un allievo tedesco proveniente dalla prestigiosa scuola di falegnameria “Meisterschule für Handwerker” di Kaiserslautern per uno stage trimestrale.
“Siamo convinti che ancora adesso, se bene indirizzati verso questo mondo, anche i giovani possono tornare ad appassionarsi alle barche, mezzi meravigliosi che insegnano a vivere e rendono la vita più ricca e consapevole”, conclude Roberto Guzzardi.
In un’epoca dominata dall’automazione e dalla standardizzazione dei materiali, l’esperienza di “Storie di Barche” dimostra che la vera innovazione può risiedere nella salvaguardia consapevole della nostra identità storica. Restituire valore al lavoro del maestro d’ascia non significa semplicemente preservare un mestiere antico, ma rieducare lo sguardo delle nuove generazioni alla pazienza, al rispetto della materia prima e a un rapporto più intimo, profondo e sostenibile con il mare.
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