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L’isola di Sazan. Nella prima foto vediamo come sia ora dall’alto. Questo primo rendering mostra come sarà l’eco-resort per milionari di Sazan, realizzato da Jared Kushner. Nel derelitto scalo di San Nicolò sarà realizzata una marina per i mega yacht degli ospiti, che potranno soggiornare in ville scavate nel granito “disegnate dai migliori architetti del mondo”, spostarsi in auto elettriche, cenare in ristoranti stellati… Ishulli i Trumpëve, l’isola dei Trump, come la chiamano gli albanesi, è ancora accessibile ai comuni mortali. Ancora per poco.
È tornato agli onori della cronaca Jared Kushner, genero del presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump. Il motivo? C’è un’accusa di “flagrante conflitto di interessi” nel suo doppio ruolo di negoziatore per l’Iran degli Stati Uniti e investitore privato con la sua Affinity Partner, che vede nel fondo sovrano saudita il suo maggiore cliente. Insomma, la domanda è: che ruolo gioca il genero di Trump? Domanda a cui, per ora, non possiamo avere risposta. Ma perché ne parliamo qui su Barche a motore?
Jared Kushner, il nuovo padrone di Sazan, ha fondato Affinity Partners, società di private equity che attinge la maggior parte dei suoi proventi dal fondo sovrano del governo saudita.
Per raccontarvi di un nostro reportage da Sazan, Albania. Quest’isola semi-abbandonata è stata acquistata dal genero di Trump, Jared Kushner, per 1,4 miliardi di euro. Qui sotto vi proponiamo il racconto del reporter e giornalista Giovanni Porzio che, in un servizio realizzato per Giornale della Vela e Barche a Motore, spiega come cambierà quello che è destinato a diventare un resort a portata di pochissimi.
Ma c’è di più. Ve lo spieghiamo alla fine del reportage.
“L’isola era disabitata; mi ero lasciato alle spalle i compagni di bordo, e davanti a me non vedevo altro segno di vita se non silenziosi animali selvatici e uccelli”. – L’isola del tesoro” (Treasure Island) di Robert Louis Stevenson
Avvicinandomi a Sazan su una barca a motore noleggiata a Valona mi sento come Jim, il protagonista del celebre romanzo di Stevenson, L’isola del tesoro. Rallento e costeggio la scogliera: acqua cristallina, grotte e minuscole insenature, profumi di mirto e di elicriso. Le alture e le strette vallate sono fitte di ginestre, lecci, pini e ulivi secolari.
A nordest, in un’ampia rada, c’è una banchina dove accostare. Il sale e le onde l’hanno smangiata e le bitte d’ormeggio sono funghi rugginosi da cui pendono avanzi di cime e corrose catenarie. Sbarco tra i ruderi di un vecchio porto: attrezzature abbandonate, ponteggi, paranchi e fanali fatiscenti, carcasse semiaffondate. Paiono vestigia di una civiltà scomparsa, spazzata via da uno tsunami, un’epidemia, un’invasione aliena.
A sole dieci miglia dai congestionati complessi turistici della costa albanese, Sazan (Saseno, quand’era italiana) è rimasta intatta: 15 chilometri di litorale a picco sul mare, un ecosistema incontaminato, uno degli ultimi lembi di terra selvaggi del Mediterraneo. Uno scrigno che non poteva sfuggire allo sguardo rapace di Jared Kushner, il Long John Silver di questa storia.
Kushner e Sazan
Arrivato per caso tre anni fa durante una crociera con la moglie Ivanka, figlia di Donald Trump, Kushner capì al volo che Sazan poteva diventare la sua isola del tesoro e riuscì ad acquistarla per la modica somma di 1,4 miliardi di euro. C’era una seccatura: l’isola è parte integrante di un parco nazionale marino che dovrebbe proteggere la biodiversità del territorio e le coste dove è tornata a riprodursi la foca monaca, specie in via d’estinzione. Ma sono dettagli sia per il suocero, l’inquilino della Casa Bianca, e per il socio, il principe saudita Mohammed Bin Salman, che con due miliardi di dollari finanzia i due terzi di Affinity partners, la società immobiliare del rampante genero di Trump.
Nel gennaio 2025 l’impasse si è infatti sbloccato: il governo di Edi Rama ha definito l’investimento di Kushner “strategico”, dunque esentato dai vincoli edilizi e paesaggistici del parco, e ha approvato il progetto di trasformare l’isola in un esclusivo eco-resort per milionari in cerca di privacy e di vacanze extra lusso. Nel derelitto scalo di San Nicolò sarà realizzata una marina in grado di accogliere i panfili e i mega yacht degli ospiti, che potranno soggiornare in ville scavate nel granito “disegnate dai migliori architetti del mondo”, spostarsi in auto elettriche, cenare in ristoranti stellati o rilassarsi nelle spa costruite – ca va sans dire – “nel pieno rispetto dell’ambiente”.
I lavori non sono ancora iniziati e “Ishulli i Trumpëve”, l’isola dei Trump, come la chiamano gli albanesi, è ancora accessibile ai comuni mortali, nelle ore diurne e nella stagione estiva. Mi affretto ad esplorarla, prima che le ruspe comincino a sventrare i fianchi delle colline, ad abbattere la vegetazione e a cancellare la memoria del suo avventuroso passato.
Perché sono stati gli accadimenti della storia a congelare l’isola nel tempo, preservandola dalle aggressioni della speculazione e del turismo di massa.All’imbocco del sentiero, oltre la spiaggia di ciottoli bianchi “dell’Ammiraglio”, una sbiadita scritta sulla facciata di un edificio in disuso recita: “Officina supporto tecnico”.
Furono gli italiani, nel 1914, a occupare Saseno e a farne, in epoca fascista, un avamposto militare sul canale di Otranto, con un presidio di trecento uomini e un Comando retto da un capitano di fregata. Nella baia di San Nicolò attraccavano traghetti e navi cisterna, nei boschi sorgeva un villaggio con gli alloggi per i marinai e le loro famiglie, un cinema-teatro, uno spaccio, un ospedale. Qui trascorse l’infanzia, fino allo scoppio del secondo conflitto mondiale, la scrittrice salentina Rina Durante, figlia di un ufficiale della Regia Marina, scomparsa nel 2004 senza avere rivisto l’isola dei suoi primi ricordi.
Dopo l’armistizio del 1943 e l’evacuazione degli italiani, Saseno si trasformò nella Fortezza Bastiani del comunismo “puro e duro” propugnato dal dittatore albanese Enver Hoxha: base di appoggio per le unità navali e i sommergibili sovietici fino agli anni Settanta; e poi, quando Tirana uscì dal Patto di Varsaviae si schierò con la Cina, baluardo militare contro l’imperialismo, di Mosca e dell’Occidente, con migliaia di soldati schierati a respingere “con ogni mezzo” gli attacchi di un nemico che non si è mai palesato.
Camminando sull’isola di Sazan
Salendo la mulattiera dell’isola, dove i cartelli inchiodati ai tronchi dei pini avvertono “pericolo mine”, s’incontrano i banchi e le finestre sfondate della scuola “22 Tetori”, le grigie palazzine dell’architettura sovietica, il cinema in rovina e, sulla sommità, i ruderi del Comando italiano del 1929 e il posto di avvistamento da cui s’intravede, nei giorni di tramontana, il basso profilo della costa pugliese.
Tra i rovi si aprono gli ingressi cavernosi dei rifugi antiatomici, dei depositi di munizioni, cibo e carburante. E dalla macchia emergono, avviluppati da radici e rampicanti, migliaia di bunker di cemento armato: 3.600 dei 700 mila allestiti in Albania per difendere il Paese delle Aquile. Sembra di vederli i coscritti dell’Esercito popolare, appostati giorno e notte alle feritoie col fucile puntato sul nulla, in attesa dell’“attacco imminente”.
È probabile che alcuni dei bunker saranno risparmiati dal progetto di Kushner: un’originale attrazione per gli Indiana Jones dell’eco-resort trumpiano.
E poco importa se a espugnare la fortezza del comunismo non siano state le armate della superpotenza americana bensì un’accozzaglia di criminali e di mafiosi di Valona che negli anni Novanta, durante i disordini provocati dal crollo del regime albanese, sbarcarono a Sazan, saccheggiarono i depositi di armi e munizioni sotto gli occhi dell’ormai sparuta guarnigione militare e trasformarono l’isola nella Tortuga dei trafficanti di droga e di esseri umani lungo le rotte dell’Adriatico.
Nel 1997 fu necessario l’intervento di una forza multinazionale (“Missione Alba”, promossa dall’Italia e autorizzata dall’Onu) per contenere il flusso migratorio e ristabilire l’ordine in quel tratto di mare. Non tutto andò liscio. Nella collisione tra la corvetta italiana Sibilla e la motonave Kader-i-Radesh annegarono più di 80 profughi albanesi. E l’incrociatore portaelicotteri Vittorio Veneto finì per incagliarsi nei bassi fondali del golfo di Valona, proprio a ridosso di Sazan.
Il “turismo elitario” in Albania
Oggi l’economia albanese è in forte crescita e a trainarla è il turismo: 12 milioni di presenze nel 2024, con un aumento del 15 per cento sull’anno precedente e un ricavo di 5 miliardi di euro, in un Paese che conta appena 2,8 milioni di abitanti. Sulle sue coste incombono villaggi vacanze, ristoranti, alberghi in costruzione. L’impatto dell’over tourism, la cementificazione, l’aumento dei prezzi, hanno convinto il premier Rama a puntare con decisione sul turismo d’élite, offrendo agevolazioni fiscali e finanziarie ai tycoon locali e stranieri.
Un’opportunità che il genero di Trump non si è lasciato scappare. Kushner, maestro nel servirsi degli influenti legami familiari per promuovere i propri interessi immobiliari, non sta investendo solo a Sazan. A Zvërnec, di fronte all’isola, ha in progetto un altro resort di lusso da diecimila unità residenziali. E a Belgrado ha strappato al presidente serbo Aleksandar Vučić un appalto da mezzo miliardo di dollari per trasformare in hotel a cinque stelle uno dei simboli storici della guerra nei Balcani: i tre isolati dell’ex ministero della Difesa jugoslavo bombardato nel 1999 dalla Nato.
Situata nel Canale d’Otranto, a 8 miglia da Valona, sorge Sazan (Saseno in italiano) una piccola isola appartenente al territorio albanese; in condizioni di particolare visibilità, il profilo dell’isolotto può essere scorto persino dalle coste del Salento
L’affare, che ha sollevato indignate proteste in piazza e in parlamento, è stato mediato dall’ex ambasciatore Richard Grenell, già inviato speciale per il Kosovo durante la prima amministrazione Trump e oggi socio di Kushner. Il sole tramonta sull’Ishulli i Trumpëve e i guardiani, due cadetti della Guardia costiera che ammazzano il tempo pescando dal molo, fanno segno che è ora di andare. Metto in moto, sciolgo la cima, ingrano la marcia e mi giro a guardare. Arriveranno i cantieri, la luce elettrica, gli scavi per gli scarichi fognari, la posa dei pontili, il nuovo frangiflutti, l’albergo, le “ville ecosostenibili”, i mega yacht. Ma adesso, nel crepuscolo che si tinge di viola, posso ancora sognare: l’isola di Jim e di Long John, l’ultima isola del tesoro.
Articolo di Giovanni Porzio
Perché vi raccontiamo questa storia?
Quella di Sazan, al largo delle coste albanesi, ribattezzata “isola di Trump” perché acquistata dal marito della figlia dell’attuale Presidente degli Stati Uniti per trasformarla in un resort per ricchi è una case history che rischia di ripetersi. Anche in Italia. Infatti, a poche miglia dalle nostre coste esistono isole che per ragioni di protezione ambientale, sicurezza, interessi militari o giudiziari, sono praticamente inaccessibili o proibite al pubblico. Spesso tali divieti, facenti capo alle Aree Marine Protette, sono obsoleti: un modo per salvarle, prima che qualche Paperone se le compri, rendendole di fatto ancora più inaccessibili, c’è. Renderle fruibili ai diportisti con regole semplici e di “buon senso”, prendendo esempi da casi virtuosi come i parchi marini croati, francesi, o alle Baleari (Cabrera).
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