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Jolly Drive al Powerboat P1 British Grand Prix nel 2005 a Cowes, in Inghilterra.
Non tutti gli scafi nascono per vincere. Poi basta una magia per trasformare una barca abbandonata in un campo in una campione del mondo. È la storia del Jolly Drive raccontata da Maurizio Bulleri, giornalista e conduttore tv, nel suo nuovo libro “La sfida di Jolly Drive“, 117 pagine, edito da Il Frangente.
Maurizio Bulleri, classe 1961, è un conduttore televisivo e giornalista nautico italiano che ha collaborato anche con la nostra rivista. Nel 2005 è stato campione del mondo di offshore e nel libro “La sfida di Jolly Drive” racconta questa impresa.
La “barca scoglio”
“Quando l’abbiamo vista ci siamo chiesti perché l’avessero abbandonata. Poi l’abbiamo messa in acqua con i motori e le trasmissioni. È stato subito tutto chiaro. Era lenta nella carena e gli step erano un disastro. Il soprannome di “barca scoglio”, cioè che non si muove, fu un’onta che ci portammo dietro per un po’ di gare.”
Inizia così, nel 2005, l’avventura di Maurizio Bulleri e dei suoi compagni di equipaggio, Riccardo Fatarella e Andrea Bergamini. Il resto ve lo racconta lo stesso Maurizio Bulleri, conduttore televisivo e giornalista, nel suo libro “La sfida del Jolly Drive”, edizione Il Frangente. Protagonista è il “Jolly Drive”, con cui vinsero il campionato mondiale di Powerboat P1 nel 2005, nonostante delle premesse disastrose. A Maurizio ho fatto qualche domanda per capire cosa aspettarci da questo libro. Una, subito, fondamentale.
Jolly Drive vince il Gran Premio di Malta, il primo della stagione Powerboat P1 2005. Da sinistra Riccardo Fatarella, Maurizio Bulleri e Andrea Bergamini.
Perché avete preso una barca del genere?
M.B.: Perché eravamo disperati! Dopo mesi per mettere insieme gli sponsor per pagarci il campionato avevamo un accordo con un cantiere che ci avrebbe dato lo scafo nudo e crudo. A marzo, però, ci dice che lo scafo non riesce a farcelo. Ha troppi ordini! Potevamo andare in causa, ma comunque non avremmo potuto gareggiare. Allora abbiamo cercato una barca che avesse lunghezza, larghezza e peso adatta a correre in base alle regole del campionato. Non c’era niente da nessuna parte. Poi, Andrea (Bergamini ndr) fece un tentativo con Gianfranco Rizzardi. Questi gli disse che tantissimi anni prima aveva costruito una barca che aveva dato a dei piloti, ma se n’erano perse le tracce. Col passaparola abbiamo cercato di capire dove fosse. Siamo finiti in un prato, a Lavinio, nel litorale laziale. La barca era lì, abbandonata. L’abbiamo misurata. Andava bene e l’abbiamo presa. Era l’unica possibilità.
Durante la pausa estiva Jolly Drive viene portata in cantiere e sottoposta a una radicale trasformazione. Vengono tolti il ponte di coperta, la plancia e i cofani motore (qui sopra nella versione vecchia, in grigio) che sono ricostruiti con tecniche che permettono di ridurne notevolmente il peso. Vengono cambiati gli ingranaggi dell’invertitore per far girare le eliche più veloci degli alberi motore. Il fondo viene levigato alla perfezione per ridurre al minimo la resistenza idrodinamica. Alcuni impianti (e quindi i loro pesi) vengono spostati verso poppa per ottenere un assetto più aggressivo. Jolly Drive diventa più veloce, ma plana con difficoltà e si stende parallela alla superficie solo oltre i 50 nodi.
“Poi avete iniziato a vincere..”
M.B. Nel libro descrivo nel dettaglio la magia di un amico e pilota, Simone Cesati, di Albatro Yacht. Dopo le prime due gare eravamo in cantiere da Rizzardi ad Ostia. La barca era lentissima, non andava. Arriva Cesati, guarda la carena, prende un pennarello. Senza tante cerimonie disegna sullo scafo le forme che avrebbe dato, poi parlotta con un resinatore di Rizzardi che era lì che lo seguiva. “Qui devi scavare, qui devi resinarla, qui ci fai questo salto, qui ci fai questo gradino”. Solo su quest’intuizione fatta ad occhio, la barca guadagnò 10 nodi. Simone ha il dono di essere figlio d’arte, lui è cresciuto in cantiere e fin da bambino ha iniziato a disegnare le sue carene. Non ha fatto nessuno studio, ha proprio nel sangue questa cosa. Poi sono seguiti degli interventi sui motori, le propulsioni ed eliche oltre l’alleggerimento, fatto sempre da Cesati. Alla fine andavamo come gli altri.
A far la differenza, alla fine, è stato l’equipaggio?
M.B. Sicuramente. Io ero alle manette, Andrea Bergamini come navigatore e Riccardo Fatarella come timoniere. Con Andrea, che è mio cugino, siamo molto legati fin da bambini ed ogni operazione nautica l’abbiamo fatta insieme. Riccardo l’abbiamo conosciuto sui campi di gara. Quando ci ha chiesto di fare squadra, sapevamo che era una persona perbene, ma non lo conoscevamo come pilota. Io e Andrea eravamo agguerriti, ma non avevamo mai quel pizzico di cattiveria che invece lui aveva e che serve per vincere. Alla fine, quando le cose cominciavano a funzionare ci siamo presi anche alcuni rischi. Ma era un’idea condivisa. E ha funzionato.
Gregorio Ferrari
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4 commenti su “La barca abbandonata che ha vinto un campionato del mondo”
Andrea
Ma almeno il titolo, potreste avere una miglior cura nello scriverlo!
Mi sembra di ricordare che questa barca è stata modificata in un cantiere di Lavinio e che le modifiche in resina le ho fatte io. Non mi vorrei sbagliare ma possiamo chiedere conferma al titolare di quel cantiere……..
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4 commenti su “La barca abbandonata che ha vinto un campionato del mondo”
Ma almeno il titolo, potreste avere una miglior cura nello scriverlo!
Ciao Andrea,
purtroppo i refusi, anche in un punto “evidente” come il titolo, ogni tanto scappano! Grazie del commento.
Buona giornata,
La Redazione
Mi sembra di ricordare che questa barca è stata modificata in un cantiere di Lavinio e che le modifiche in resina le ho fatte io. Non mi vorrei sbagliare ma possiamo chiedere conferma al titolare di quel cantiere……..
Cos’è sbagliato? Non riesco a vederlo