Antonio Petrobelli, il nobiluomo che vinse 8 volte la Pavia-Venezia

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Antonio Petrobelli, il gentleman veloce

Antonio Petrobelli è stato un mostro sacro della velocità sull’acqua vincendo per ben otto volte la Pavia-Venezia. Nobiluomo padovano, ha legato indissolubilmente il suo destino al fiume Po dove morì in un incidente nel 1994 durante un test mentre viaggiava ad oltre 200 km/h con il suo racer “tre punti” Celli motorizzato BPM. Di seguito vi riproponiamo il nostro articolo pubblicato nei giorni seguenti la tragedia.

II fiume ha un fascino particolare – diceva Petrobelli – sembra sempre uguale, eppure è sempre diverso. Dà grandi emozioni guidare a forte velocità su un percorso tortuoso, anche se apparentemente rettilineo; una curva dopo l’altra, facendo attenzione ad evitare i detriti galleggianti e le secche affioranti; scrutando il pelo dell’acqua per riconoscerne dalla superficie il fondale”. Il conte Antonio Petrobelli era entrato nella leggenda della motonautica con le sue otto vittorie nella Pavia-Venezia, il raid più lungo e più difficile del mondo, con i suoi record di velocità, con una lunga serie di successi e di titoli. “Non è il desiderio della vittoria che mi attira – spiegava – ma la voglia di continuare a vivere queste emozioni”.

Le sue emozioni, e le nostre, si sono bruscamente interrotte sabato, alla vigilia della Pasqua, in un tratto di Po sul quale era sfrecciato con i suoi bolidi migliaia di volte. Aveva approfittato del giorno di festa per lasciare il lavoro nella sua azienda agricola di Pettorazza (in provincia di Rovigo) e scendere sul Po a provare la sua barca da corsa, un “tre punti” avveniristico acquistato l’anno scorso negli Stati Uniti con l’inconfessata speranza di migliorare il suo record di velocità, di abbattere il muro dei 200 km/h alla Pavia-Venezia.

Il “Trepunti” Ron Jones, la barca con cui è avvenuto il tragico incidente in cui ha perso la vita il grande campione.

 

Aveva portato con sé i tre figli Paola, Simone e Giacomo, e la sua équipe di meccanici con in testa Italo Ruzza, qualcosa di più di un dipendente, un compagno di trent’anni di avventure motonautiche. Il suo “mostruoso” Ron Jones, il “tre punti” gli aveva dato finora più dolori che gioie, con una serie di incidenti insoliti per un pilota della sua sicurezza e precisione e il conte voleva metterlo perfettamente a punto in vista della prossima Pavia-Venezia, l’appuntamento dell’anno per il campione padovano. All’appuntamento, Antonio Petrobelli non ci sarà.

La sua barca è stata vista prendere il volo all’altezza della secca di Santa Maria Maddalena, sul Po di Ferrara, e, dopo aver piroettato per aria, schiantarsi sessanta metri più avanti, rimbalzando impazzita sulla secca e finire nuovamente in acqua, immobile, come tutto è apparso, in quel momento, immobile. Un’angoscia senza tempo. Una corsa disperatamente inutile della barca di appoggio, sulla quale c’era il figlio Giacomo, per soccorrerlo: Petrobelli era ancora al suo posto di guida, senza vita. Un incidente per alcuni versi inspiegabile. La visibilità era buona, le condizioni ambientali normali.

Antonio Petrobelli con il figlio Simone nell’azienda agricola di Pettorazza. Il campione padovano faceva solo due o tre corse l’anno, dedicando tutto il suo tempo alla conduzione delle aziende di famiglia. “Sono un contadino”, si scherniva.

 

Petrobelli conosceva le acque del fiume come la terra della sua campagna: impossibile che non avesse visto la secca, tanto più che aveva appena fatto un giro di ricognizione. Può darsi che si sia distratto un attimo, che qualcosa abbia distolto la sua attenzione; e quando si va a più di 200 km/h sull’acqua, come stava andando, un attimo di disattenzione può essere fatale: impossibile correggere repentinamente la direzione. Qualcuno avanza dei dubbi sull’efficienza della barca. Una barca maledetta: già l’anno scorso si era capottata durante una gara, inspiegabilmente, a detta degli stessi tecnici americani; un incidente provocato, sembra, da una piccola perforazione della carena causata probabilmente da un detrito galleggiante.

Anche nella Pavia-Venezia dell’anno scorso, gara di esordio del “Trepunti” Ron Jones, Petrobelli era stato costretto al ritiro. Una delusione dopo l’altra. Ma il conte non si arrendeva. Dietro quei suoi occhi azzurri da nobile nordico e i suoi gesti gentili e la costante, sincera disponibilità d’animo, si nascondeva una volontà ferrea: da rasentare la cocciutaggine. Fin da giovane ha nutrito una insopprimibile passione per i motori e le corse. Con la prima Alfetta regalatagli dal padre, aveva partecipato a qualche gara regionale. Correva di nascosto, perché in famiglia questa sua passione non era gradita. E poi c’erano ben precise regole comportamentali da rispettare: prima lo studio e poi il lavoro, in campagna, nell’azienda agricola. Il giovane Antonio conosceva i suoi doveri e non si sottraeva alla logica della tradizione familiare, ma continuava a coltivare la sua passione. Fu lo zio Paolo, al quale era molto legato, anche perché proprio da lui aveva preso l’amore per i motori, a convincerlo ad abbandonare le gare automobilistiche. “Lascia perdere questo sport – gli disse un giorno – è troppo pericoloso. Ti porto con me a correre con i motoscafi. Ti divertirai ugualmente e rischierai di meno”.

El Biso III (n° 238) è la barca che segna l’inizio dell’incredibile serie di vittorie di Antonio Petrobelli nella Pavia-Venezia, il raid motonauitico più antico e lungo del mondo. Lo scafo è un Timossi, il motore un BPM 8.000 cc. Anno: 1974.

 

Terribile scherzo del destino! Paolo morì in un incidente di corsa sul suo “entrobordo”, durante una gara del Campionato del Mondo 1968 sul lago di Lugano e Antonio rimase come stregato dalla motonautica. Fu la sua seconda vita, anzi la doppia vita. Perché cosa c’è di più antitetico della serena, metodica e ripetitiva attività agreste, con le tumultuose emozioni e l’irrazionale sprezzo del pericolo che ogni pilota porta con sé? Antonio Petrobelli aveva questa doppia personalità. Nessuno che lo avesse conosciuto nella pace della sua casa di campagna a Tramonte di Teolo, in provincia di Padova, o nel dispiego del suo lavoro di padrone e amministratore dell’azienda agricola di Pettorazza, avrebbe potuto intuire quale fuoco gli ardeva dentro.

Lui così pacato, così composto, così distaccato; lui così anonimo proprietario terriero – “contadino”, si scherniva – era un guerriero, un freddo calcolatore di rischi e di traiettorie fluviali, un grande pilota. Non aveva bisogno di conquistare nuovi allori per arricchire la sua già ricca corona di campione, ma voleva semplicemente continuare ad alimentare con nuove emozioni il suo fuoco vitale. E giunto alla soglia dei sessant’anni – mai nessuno è stato così giovane di spirito e di corpo alla sua età – voleva forse vincere l’ultima sfida con sé stesso: essere il primo uomo a superare nella Pavia-Venezia la barriera dei 200 km/h. Impresa impossibile per tutti, ma non per lui.

L’apertura del nostro articolo, pubblicato sul numero di maggio del 1994.

 

Il Po ha fermato per sempre la corsa di questo antico cavaliere dell’età moderna con il suo mostruoso cavallo da 12.000 cc. Di solito, in queste occasioni, ci si chiede se la tragedia poteva essere evitata. Domanda superflua. Quando un uomo mette a repentaglio la sua vita per raggiungere uno scopo che ritiene importante ed è cosciente di farlo, non chiede comprensione, ma solo rispetto. E noi lo rispettiamo, anche se lo piangiamo. Ci deve consolare sapere che è morto come amava vivere: sulla sua barca da corsa lanciata a tutta velocità sulle infide acque di un fiume che lui amava e che noi, ora, odieremo per sempre. Addio, conte.

di Riccardo Magrini


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