Pilothouse scandinave: da cutter a vela a SUV del mare

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Minor 29 Oscar (Sargo, 1996), un classico tra le all-season scandinave anni ’90 a sfoggiare una pilot-house

Benvenuti  all’interno della rubrica Classic Boat, la “custode” storica e culturale della testata, un luogo dedicato all’approfondimento delle figure, delle barche e degli sviluppi progettuali che hanno segnato l’evoluzione della nautica a motore. Per orientarci al meglio in un panorama vastissimo quale quello del mondo nautico, in questo articolo guarderemo alla genesi di un genere oggi più che in voga, quello delle pilot house, un trend a matrice scandinava che, in realtà, nasconde radici ben più profonde…

Pilothouse scandinave: da cutter a vela a SUV del mare

C’è un fil rouge sottile che lega cutter aurici e vecchie lance portuali alle moderne pilothouse scandinave, barche diventate icone del diporto all-season contemporaneo. Un filo che, come già accaduto per altre tipologie nate dal lavoro in mare –quali Trawler e Lobster– riporta indietro nel tempo, verso il duro mondo della marineria professionale, capace ancora oggi di declinare la propria storia in alcuni dei generi più solidi della cantieristica contemporanea. Per comprendere lo spopolare delle pilothouse odierne conviene dunque partire dal termine che le contraddistingue, un termine che rimanda direttamente al mondo dei piloti, coloro che da secoli guidano ogni nave in ingresso o in uscita dai porti…

Targa 25, il primo

Dal mestiere alla tipologia di scafo

Partiamo alla lontana, per giungere però e in brevissimo tempo al fulcro della questione. Con la crescita esponenziale delle rotte navali e dei commerci atlantici, nei secoli il ruolo del pilota si struttura progressivamente, fino a diventare istituzionalizzato e regolamentato. Nasce così una figura professionale e, con questa, vanno definendosi alcune caratteristiche relative il mezzo necessario al mestiere:  cutter e golette a vela progettate ad hoc, snelle di baglio, profonde di chiglia, e eccezionalmente stabili per forma e marine per necessità, oltre che sovra-invelate, per garantire tutta la potenza richiesta dal lavoro. Sarà poi la motorizzazione a cambiare radicalmente il quadro, avvicinandoci al presente, ma mantenendo la caratteristica: scafi snelli e veloci, e soprattutto capaci di affrontare ogni mare.

Varuna, uno delle otto Pilot Boat in forza al porto di Boston – servivano per intercettare i convogli mercantili e guidarli al sicuro in porto

Con l’avvento della propulsione a motore la barca ‘pilota’ va così progressivamente definendosi, fino a designare tipologie costruttive precise e, di conseguenza, stilemi chiari e riconoscibili. È un passaggio semantico importante, che rende questi scafi non più soltanto barche di servizio del corpo piloti, ma architetture navali a sé stanti, un genere di scafo da lavoro. E gli elementi costituenti diventano quindi codificabili: uno scafo snello e capace di tenere il mare a dovere indipendentemente dall’uso e dalle condizioni, e una plancia rialzata protetta interamente da vetrate inclinate, per una visibilità ottimale a 360°.

Una pilotina d’epoca

Nasce così la pilotina come comunemente intesa; quella che nei decenni si evolverà nella macchina ad altissime prestazioni che conosciamo oggi. Ed è qui che troviamo l’origine del termine “pilothouse”, in riferimento proprio alle sovrastrutture presenti a bordo, iconiche del genere, ma non necessariamente più relegate al singolo ruolo dello scafo da cui provengono.

Una pilot-boat contemporanea

La svolta Scandinava

Se in Italia la pilotina è restata ancorata soprattutto alla propria funzione originaria, il secolo scorso ha visto la tipologia proseguire a nord lungo un percorso opposto, e per certi versi speculare. La pilotina del diporto italiano racconta infatti una tradizione anticipata e artigianale, figlia dei due immediati dopoguerra e fatta soprattutto di scafi d’autore: pilotine, sì, ma pensate per il diporto e realizzate su commissione per un’elite di armatori legati al sapore classico, filtrato poi dalla sensibilità di cantieri storici (Sangermani, Baglietto e Cantieri di Pisa, per citarne alcuni).

SANGERMANI SCILLA
Scilla, pilotina in pieno stile nostrano costruita da Sangermani nel 1966

Il modello scandinavo degli anni Settanta e Ottanta introduce invece un cambiamento di segno opposto, più tardo in questo senso, ma già di matrice industriale, e che dà vita a un genere codificato e riconoscibile su scala: quello che oggi definisce il genere dei pilothouse cruiser, o più semplicemente, il “design scandinavo” dei fast-commuter ognitempo. E sono proprio questi albori a farsi interessanti, perché gettano luce su un trend che appare recente pur non essendolo affatto.Con l’accesso alle forme produttive più efficienti e riproducibili dovute alla vetroresina, gli anni Settanta e Ottanta, vedono infatti prima nascere nuove pilotine professionali sempre più potenti e performanti, dirette discendenti delle lezioni dovute ai conflitti e all’introduzione delle carene a V di Hunt. Da qui, complice la geografia dei luoghi, il passo si fa breve e gli arcipelaghi scandinavi –svedesi e finlandesi– scoprono una piccola perla.

Il Targa 27, uno dei primi iconici portavoce del genere (1991-2003)

I primi passi

Fatto di migliaia di isole e di un mare spesso severo, il panorama scandinavo scopre infatti nelle pilot-boats scafi ideali per il diporto. Complici la robustezza e la marinità tipiche di questi scafi da lavoro e un materiale finalmente accessibile per la produzione di serie, i cantieri locali danno il via a un nuovo fenomeno: introducendo imbarcazioni veloci, dal bordo libero elevato e dal pozzetto semichiuso, marine e capaci di accogliere al meglio gli occupanti in una pilothouse ora non più necessariamente spartana. Il risultato si fa presto evidente: la pilotina cambia ruole, trasformandosi tanto in ottimo scafo da pesca all-season, tanto in seconda casa estiva, per esplorare fiordi e isole in famiglia.

Targa 25 Mkii – un cult

Il caso più noto, guardando agli albori, è quello del Targa, introdotto da Botnia Marin e la cui produzione viene avviata già a inizio anni Ottanta, traducendo per il diporto quelle architetture originariamente nate per il lavoro. Si apre così la strada a un tipo di motoscafo completamente nuovo, una pilotina ad alte prestazioni e ora prestata al diporto. Un walk-around d’altura con l’iconico look della pilothouse, che dà origine a una nicchia di mercato inedita e destinata al più grande successo.

Targa 29 (1989-1996)

Il Targa 29 del 1989 e il Targa 27 del 1991 consolidano poi la formula, con pozzetto centrale protetto, camminamenti laterali riparati e plancia rialzata e vetrata, dotata di parabrezza a inclinazione inversa per garantire visibilità in ogni condizione meteomarina. Parallelamente, Minor, oggi Sargo (dal 2014), intraprende la stessa direzione, ispirandosi come i Targa alle pilotine. E lo stesso vale per Nord Star, agli albori in quello stesso periodo.

Un cult, il Minor 28 (Sargo, 1990)

Un’evoluzione complessivamente lunga e poi di colpo esplosa, dando vita ad un crescendo che, anche soltanto guardando ai nomi, è sopravvissuto brillantemente ai decenni, diventando oggi una brillante categoria sempre pronta a stupire tramite nuove e brillanti iterazioni.

Un Nord Star 28 contemporaneo, continuo interprete di oltre 50 anni di tradizione

Classic Boat Cult | il Lobster, anatomia di un classico senza tempo

 

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