Come sono nate queste barche per veri spericolati (e i tre piloti italiani leggendari)

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Aldo Martinetto nel 1971 in gara a Luino, Varese, con uno scafo realizzato da Eugenio Molinari, nome nobile delle prestazioni nelle barche a motore.
Aldo Martinetto nel 1971 in gara a Luino, Varese, con uno scafo realizzato da Eugenio Molinari, nome nobile delle prestazioni nelle barche a motore.

Correre sapendo di sfidare ad ogni attimo la morte volando sull’acqua a velocità ben oltre i duecento chilometri all’ora. Questa è la storia degli eroi dei motoscafi a tre punti in Italia. Uomini e piloti che si sono spinti oltre tutti i limiti.

Vite spericolate: i tre eroi

La storia della motonautica italiana prende avvio dai primi anni del secolo scorso. Una storia che parla di avventurosi piloti ma anche di una cantieristica, poi apprezzata in tutto il mondo, e di un’industria motoristica invidiata persino dagli americani precursori di questo sport. Insomma, non solo una pratica sportiva ma l’immagine di una nazione capace di imporsi anche a livello manifatturiero in settori che negli anni diventeranno fiore all’occhiello della nostra economia.

La prima competizione motonautica risale al 1903, a Stresa, sul Lago Maggiore, con una manciata di concorrenti e con le cosiddette “lance automobili” della Fiat oltre a imbarcazioni cruiser e racers monocarena di derivazione Usa. Tuttavia, la svolta vera e propria si ebbe con l’avvento, nell’immediato dopo guerra, delle imbarcazioni racer meglio conosciute come “tre punti” (o three-point hydroplanes” detto all’americana da dove tutto era nato). Una vera e propria rivoluzione della motonautica dove per la prima volta, si legge nei testi storici, si trasforma il concetto di idrodinamicità dello scafo in aerodinamicità. In parole molte semplici si riduceva al minimo l’attrito dello scafo con l’acqua basato sull’appoggio di tre punti ben definiti: due estremità anteriori dei pattini o “scarponi” della barca e per gli entrobordo l’elica (nei fuoribordo il piede poppiero).

Anno 1951. Ezio Selva e Oscar Scarpa sfrecciano a tutta velocità a bordo dei loro "tre punti".  I rischi di questo sport erano altissimi per via delle velocità vertiginose che questi mezzi raggiungevano grazie ai potenti motori di derivazione automobilistica che venivano montati a bordo.
Anno 1951. Ezio Selva e Oscar Scarpa sfrecciano a tutta velocità a bordo dei loro “tre punti”. I rischi di questo sport erano altissimi per via delle velocità vertiginose che questi mezzi raggiungevano grazie ai potenti motori di derivazione automobilistica che venivano montati a bordo.

Scafi in legno a fondo piatto, destinati alle competizioni, con un rapporto peso potenza esasperato, velocissime e leggerissime con l’impiego di motori di derivazione automobilistica, marinizzati, e capaci di sprigionare un numero di cavalli da paura. Su quelle barche c’erano i grandi pionieri della motonautica italiana, uomini che facevano del coraggio e della grande abilità di gestire i loro mezzi le doti principali. “Vite spericolate”  sapendo di sfidare anche la morte ad ogni competizione volando sull’acqua a velocità anche ben oltre i duecento chilometri all’ora.

Il talento di Achille Castoldi

Di quell’epopea quasi eroica faceva sicuramente parte il terzetto di “moschettieri” i cui nomi resteranno per sempre nella storia di questo sport affascinante e rischioso: Achille Castoldi, Ezio Selva e Mario Verga. Achille Castoldi era nientemeno che il nipote del grande Mario, il progettista del Macchi MC72 l’idrovolante da corsa – che prese il volo per la prima volta nel 1930 – e dei famosi caccia. Achille ebbe una carriera lunghissima, iniziata nel 1930 e conclusa nel 1954. Carriera costellata da moltissimi successi e record di velocità. Il più rappresentativo fu quello sul chilometro lanciato dell’ottobre 1953 quando a Sarnico con uno scafo dei cantieri Timossi di Tremezzo (Co), “Arno XI”, motorizzato Ferrari V12 raggiunse i 241,71 km/ora. Tuttavia, Castoldi ebbe un rapporto molto stretto con l’Alfa Romeo montando su “Arno”, nel 1938, il motore della già famosa  “Alfetta” 158. Si deve poi proprio a Castoldi se molto materiale, dai motori alle auto del “Biscione” si salvarono dal conflitto mondiale. Infatti, Castoldi le conservò gelosamente in un cascinale ad Abbiategrasso riconsegnando il tutto dopo il conflitto. Si ritirò dalle corse di motonautica nell’agosto del 1954 dopo una prova da record di velocità a Sarnico con un Timossi motorizzato Alfa Romeo RA100 (su licenza Daimler Benz DB601), quello usato dai famosi caccia Macchi-Castoldi. Gli si ruppe l’albero della trasmissione in velocità (tra le gambe…) e decise poi di porre fine alla sua carriera.

Achille Castoldi
Achille Castoldi

Mario Verga, il temerario

Il comasco Mario Verga (1910-1954) era invece un affermato imprenditore della seta. Deciso e raffinato, fu uno dei grandi protagonisti sui “tre punti” vincendo più titoli italiani, mondiali e record di velocità. Le sue barche portavano il nome di “Laura”, la sua piccola figlia. L’essere cresciuto sul lago lo portò inevitabilmente ad appassionarsi per uno sport che proprio sulle rive del Lago di Como stava formando la storia della cantieristica italiana. L’ebbrezza della velocità lo portò ad ottenere anche un primato mondiale di velocità (226,495 km/ora) poi battuto dall’americano Stanley Sayers (287,250 km/ora). E proprio questa rischiosa sfida portò Mario a preparare forse lo scafo più veloce di quei tempi: il “Laura III”, un Timossi con due motori Alfo Romeo 159, otto cilindri in linea da 390 hp (in totale oltre i 750 cavalli). Obiettivo abbattere il muro dei 300 all’ora! Purtroppo, però, il 13 ottobre del 1954, sulla base misurata di Sarnico, il suo scafo, lanciato a grandissima velocità, dopo aver decollato per una settantina di metri, si immerse e affondò con il pilota che perse tragicamente la vita a soli 44 anni. Un dolore immenso perché non solo la motonautica perdeva un protagonista, ma anche la Como imprenditoriale era in lutto per lui, che la mattina prima del record era passato in ditta a Carate Urio per dare le direttive alle maestranze.

Mario Verga
Mario Verga

 

Ezio selva, il motonauta tuffatore

Lo stesso tragico destino toccò ad Ezio Selva (1902-1957): svizzero di nascita ma milanese d’adozione. Curioso il fatto che Selva è presente negli archivi web non tanto come motonauta ma come tuffatore: da giovanissimo fu un ottimo atleta nella disciplina dei tuffi piattaforma. Tanto che dopo il bronzo agli Europei di Bologna 1927 rappresentò l’Italia alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928, non riuscendo però a centrare la finale. Più volte campione del mondo ed europeo, oltre a molte vittorie in gran premi e recordman di velocità, con le sue barche che portavano il nome di “Moschettiere” (usando scafi Abbate, Selva, Timossi e San Marco e varie motorizzazioni). Perse la vita nel 1957 a Miami, nell’Orange Bowl Regatta: mentre era al comando della corsa, nella seconda prova del programma, il “Moschettiere” finì su un’onda impennandosi e poi rovesciandosi all’indietro non dando scampo al pilota, davanti agli occhi del giovane figlio Luciano. Storie di grandi sportivi, leggendarie ma anche nello stesso tempo drammatiche che contraddistinguono da sempre gli eventi motoristici dove l’indice di rischio è altissimo. In special modo in quegli anni quando la sicurezza dei piloti non era in gran parte “garantita” come lo è oggi con le capsule di salvataggio.

Ezio Selva
Ezio Selva

I grandi cantieri

Detto del trio formidabile che sfidò con successo, sia nei record che in circuito, il predominio americano, non si può non citare altri grandi di quegli anni sui “tre punti”. Ci riferiamo in modo particolare alla famiglia Guidotti con Liborio e i figli Flavio e Giorgio; Nando Dell’Orto, Ermanno Marchisio, Carlo Casalini per quanto concerne le medie cilindrate. Antonio Petrobelli, Gianfranco Castiglioni, Cesare Maderna, Franco e Guido Caimi, Giulio de Angelis, Leopoldo Casanova, Paolo Mora e molti altri ancora che richiederebbero un lungo elenco. Piloti eroici che hanno scritto pagine di storia indimenticabili con entusiasmanti duelli a pelo d’acqua come quelli memorabili proprio fra Ezio Selva e Mario Verga. Ma sarebbe riduttivo parlare del fenomeno “tre punti” citando solo i piloti. Nel dopoguerra l’Italia usciva con le ossa rotte dal conflitto mondiale: fu l’apoteosi della nostra cantieristica. Grazie alla pratica sportiva moltissimi cantieri iniziarono la produzione di barche in legno ad uso sportivo. Accanto alla produzione di yacht prendevano forma anche i racer di derivazione americana. Così trovarono lavoro cantieri come Abbate, Molinari, Timossi e Lucini sulle riva del Lario sponda comasca, Celli a Venezia, Vidoli sul Lago Maggiore, San Marco a Milano e Feltrinelli sul Garda senza poi tralasciare, con sbocco a mare, il ligure Baglietto e il toscano Picchiotti. Racconti di artigiani, “maestri d’ascia” come si diceva allora, capaci di realizzare autentici gioielli di ingegneria nautica con il profumo del legno a confondersi con quello di benzina.

Ah, poi c’erano anche questo signore. Un certo Tazio Nuvolari.

Quando il più grande pilota italiano correva in barca: Tazio Nuvolari

Chi ha inventato i tre punti

La storia vuole che il “padre dei tre punti” fu Guido Abbate con cantiere a Portezza sul Lago di Como (fondato nel 1873 da papà Giovanni). Bisogna risalire sino al 1948 quando a Lecco si organizzò un gran premio motonautico con la partecipazione anche di barche provenienti dagli Usa: i primissimi “tre punti”. E qui entra in gioco forse uno dei primi episodi di “spionaggio industriale” in campo sportivo. Tullio Abbate, uno dei figli di Guido, la racconta così per il Museo della Barca Lariana di Pianello: «Il Guido fu il “padre” degli scafi tre punti. Nel 1948 quando gli americani vennero a Lecco, nottetempo si introdusse nella darsena della Canottieri Lecco e negli hangar dove le barche erano ormeggiate e ricoverate. Qui, con un gruppo di suoi fedeli collaboratori, prese appunti e fece schizzi di quelle barche. Si dice che fece anche un calco in gesso dell’elica. Da li cominciò la produzione delle barche. Leggendario fu il “Laura I” costruito per il pilota Mario Verga. Attività che poi continuò Gianfranco Timossi che era stato capo cantiere di mio padre. Quella non era solo motonautica ma “arte delle velocità”, scafi leggendari, costruiti con amore prima ancora di essere vincenti in gara».

Mario Verga a bordo di Laura III, lo scafo più veloce di quei tempi: un Timossi con due motori Alfo Romeo 159. Morirà in un tentativo di record, su questa barca nel 1954
Mario Verga a bordo di Laura III, lo scafo più veloce di quei tempi: un Timossi con due motori Alfo Romeo 159. Morirà in un tentativo di record, su questa barca nel 1954

E come non dare ragione al buon Tullio Abbate  scorrendo le storie che legano i “pionieri” ai “maestri d’ascia” per una rinascita non solo sportiva della nostra nazione? Il terzo, non marginale, elemento era rappresentato dai propulsori, che esaltavano le caratteristiche di barche performanti, inizialmente motori di derivazione automobilistica con prestazioni esaltanti, marinizzati per l’occasione. I nomi sono la storia motoristica italiana: Ferrari, Maserati, Lancia e in modo particolare gli Alfa Romeo tra i più usati. Propulsori che diedero poi il la agli altrettanto potenti motori marini BPM e successivamente i leggendari fuoribordo Carniti. Con un mix del genere gli americani cominciarono a capire che gli italiani sarebbero stati un “problema” in competizione e negli albo d’oro delle gare più titolate cominciarono a comparire gli scudetti tricolore. Una delle competizioni più amate nel palcoscenico delle gare racer, considerata un banco di prova importante, è senza dubbio la Pavia-Venezia datata 1929 ed arrivata fino a giorni nostri. Più di quattrocento chilometri di adrenalina pura lungo il Ticino e il Po tra chiuse e insidiose secche. Una corsa che ha saputo mantenere il suo fascino alla soglia del secolo di edizioni.

Ma sarebbe sbagliato considerare quello che vi abbiamo raccontato un tuffo malinconico nel passato. Andando alla ricerca di notizie si scopre che nell’era della digitalizzazione e dell’AI c’è un piccolo grande mondo di appassionati, fatto di personaggi competenti e di veri e propri cultori soprattutto dei racer “tre punti”.

Marco Corti

Photo credits: www.threepointhydroplanes.it / archivio Antonio Collini

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