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Volevano ricaricare le batterie di bordo, sono morti avvelenati

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Ogni anno nel Regno Unito viene diffuso il “Safety Digest”, volume a cura del “The Marine Accident Investigation Branch”, un’agenzia governativa che è autorizzata a investigare sugli incidenti in mare e utilizzarli come spunto per lezioni sulla sicurezza.

Molti dei casi trattati, realmente accaduti in giro per il mondo, riguardano la nautica da diporto: quello di cui vi parliamo è veramente strano. Ma è successo (è il caso numero 24, riportato QUA).

ALL’ORMEGGIO, TUTTI MORTI
Una barca a motore è ormeggiata da troppo tempo su un molo. L’armatore di uno scafo vicino, allertato dall’assenza di attività a bordo (solitamente l’imbarcazione è molto “frequentata”), decide di controllare che tutto vada bene. Prova a chiedere a gran voce se qualcuno è a bordo, niente. Picchia sull’hardtop, nessuna risposta. Scruta attraverso le finestrature e nota che una persona giace immobile su uno dei letti della cabina di prua.

L’armatore chiede immediatamente assistenza a una chiatta di passaggio e a un altro diportista ormeggiato nelle vicinanze. I due salgono a bordo nella zona poppiera, protetta da una grande copertura/tendalino (vedi foto in apertura): vedono una donna e un cane sul letto di prua e un uomo accasciato nel quadrato proprio sotto agli scalini.

Chiamano i soccorsi ma non c’è niente da fare, sono tutti morti. L’esame autoptico dimostra che la causa della morte è avvelenamento da monossido di carbonio.


COSA E’ SUCCESSO

Cosa è successo? Probabilmente gli sfortunati diportisti stavano caricando le batterie usando il motore, e i fumi di monossido di carbonio (incolore e inodore perciò pericolosissimi), ipotizzando che il vento arrivasse da poppa della barca, sono entrati attraverso i buchi della copertura finendo anche sottocoperta e causando l’avvelenamento (vedi foto sopra).

Foto tratte da www.boat-ed.com

COSA CI INSEGNA QUESTA (BRUTTISSIMA) STORIA
Questa brutta storia ci insegna che i fumi di scarico possono entrare in barca in qualsiasi momento.
 E non solo a barca ferma: lo chiamano “effetto station wagon”. A velocità basse e quando si naviga al minimo, può succedere che il monossido si accumuli nel pozzetto o nelle cabine (vedi foto a sinistra).

In più, i gas si possono accumulare anche a velocità più sostenute se l’angolo di prua è alto (quindi la barca non è ben “piatta” sull’acqua, vedi foto a destra), se c’è qualche apertura a poppa che “attiri” i fumi o se si naviga con le coperture protettive in pozzetto.

Quindi, prevenire è meglio che curare.

E’ necessario assicurarvi che quadrato e cabine siano ben ventilate quando il motore è acceso.

Inoltre, sarebbe buona norma avere un sensore di allarme (magari uno di quelli previsti dai sistemi di monitoraggio remoti, come il Dokensip, il Siren Marine o il Sentinel, il C-Pod ad esempio, oppure uno dedicato tipo quello di San Giorgio Sein) fumi e gas installato sottocoperta: e prima di accendere il motore, verificare che il sensore funzioni, seguendo le istruzioni fornite dal produttore.

Cercate, se possibile, di non stare a bordo se la barca del vicino ha il motore acceso, idem in rada: in questo caso spostatevi più lontani. I fumi potrebbero raggiungervi (vedi foto)

Infine, è bene conoscere i sintomi dell’avvelenamento da monossido di carbonio: i sintomi più comuni sono mal di testa, vertigini, debolezza, nausea, vomito, dolore al petto e confusione. L’avvelenamento da CO può anche farvi svenire e cadere in acqua e annegare. Una persona che sta dormendo e inala quantità ingenti di monossido di carbonio può passare dal sonno alla morte senza accorgersene. (E.R.)

 

 

 

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